Crescere è una truffa ben organizzata. Da piccoli ci vendono l’idea che a un certo punto arriveranno le risposte, insieme a uno stipendio decente, una casa con le piante vive e la capacità di scegliere un’assicurazione senza sentirsi interrogati dalla CIA. Poi compi trent’anni, guardi il conto in banca e scopri che l’unica cosa davvero maturata è la tua collezione di ansie. Sean Dunnevant, l’uomo dietro i Glom, sembra aver ricevuto la stessa comunicazione. Invece di chiamare un commercialista, ha fatto un disco. Si chiama _Below_, dura meno di mezz’ora e contiene più verità scomode di un pranzo di famiglia.
Pubblicato ormai a gennaio per Nettwerk, il terzo album di Glom segna una svolta importante: il progetto di Brooklyn diventa, di fatto, un’impresa solista. Ma niente eroismi da uomo solo contro il mondo, niente fotografie in bianco e nero con lo sguardo rivolto verso un futuro nebuloso. Dunnevant preferisce imbracciare la chitarra e lasciare che siano le distorsioni a compilare il referto. Il risultato è un indie rock che guarda agli anni Novanta senza chiedere il permesso, mescola shoegaze e melodie oblique e dimostra che la malinconia, se adeguatamente amplificata, può essere una forma di intrattenimento.
“Mirror” apre la faccenda mettendo subito in chiaro che guardarsi allo specchio è un’attività sopravvalutata. Le chitarre mordono, la voce sembra arrivare da una stanza accanto e la melodia si comporta come quel conoscente che ti fa ridere proprio quando stai per raccontargli qualcosa di terribile. Con _Virginia_ e _Glass_, il disco acquista profondità: le chitarre scintillano e si increspano, i ritornelli affiorano da una coltre di rumore, la scrittura cerca il punto in cui una sensazione privata diventa una faccenda universale. È il trucco migliore del pop: farti credere che una canzone parli soltanto di te, mentre centinaia di sconosciuti la cantano in macchina.
In “My Body Loves Me”, il titolo sembra promettere una tregua con la propria carcassa, quell’alleanza complicata che si trascina tra specchi impietosi e mattine troppo presto. _Late to the Party_, invece, evoca l’eterna sensazione di essere arrivati quando gli altri hanno già capito le regole, ordinato da bere e scelto il tavolo migliore. Dunnevant non ha bisogno di inventarsi grandi metafore cosmiche: gli basta registrare le piccole sconfitte dell’esistenza, quelle che non finiscono sui giornali ma riescono comunque a rovinarti il martedì.
Poi arriva “Teeth”, con la sua tensione elettrica e il desiderio di trovare una ragione per mollare tutto e ricominciare altrove. Naturalmente la ragione non arriva, perché la vita possiede un senso dell’umorismo piuttosto crudele. E così si resta dove si è, a fantasticare fughe mentre si risponde alle email. “Doxycycline”, breve intermezzo di poco più di un minuto, introduce perfino un dettaglio da cartella clinica nel paesaggio emotivo dell’album: il corpo, con le sue stranezze, non è mai del tutto separabile dalla mente che pretende di comandarlo.
La seconda parte stringe il nodo. _Window_ e “Steel” alternano fragilità e nervosismo, lasciando che le chitarre facciano quello che le parole spesso non riescono a fare: dire troppo, ma nel modo giusto. La title track chiude il disco riportandoci al punto di partenza, sotto la superficie delle aspettative, dove non esiste una versione definitiva di noi stessi da presentare agli altri.
Il limite di “Below” è anche la sua virtù: dieci brani, ventisette minuti, nessuna intenzione di trasformare ogni ferita in un monumento. Qualche atmosfera rischia di confondersi con quella di altri progetti indie contemporanei, e certe soluzioni sonore non reinventano esattamente la ruota. Ma non tutte le ruote devono reinventarsi: alcune devono semplicemente portarci fuori dal parcheggio.
Dunnevant non offre formule per diventare adulti, né promette che domani andrà meglio. Offre qualcosa di più credibile: canzoni per quando domani sarà semplicemente domani. E in un’epoca in cui ogni disagio deve diventare una lezione, un contenuto o un percorso di crescita personale, “Below” ha il buon gusto di limitarsi a fare rumore. Un rumore melodico, nervoso, sorprendentemente accogliente. A volte scendere sotto serve proprio a questo: scoprire che il fondo non è una destinazione, ma soltanto un altro posto da cui ripartire.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.

