Alle 21.15, all’Arci Bellezza, iniziano a suonare i The Sophs. È un orario preciso, quasi rassicurante: non troppo presto, non abbastanza tardi da poter dare la colpa del ritardo a Milano, ai mezzi pubblici o a un aperitivo finito male. Si parte con “THE DOG DIES IN THE END”, e già dal titolo è evidente che la serata non sarà costruita intorno a grandi rassicurazioni. La band entra subito nel vivo e il pubblico, nel giro di pochi minuti, smette di essere semplicemente il pubblico: comincia a partecipare. “They Told Me Jump, I Said How High”, “GOLDSTAR” e “BLITZED AGAIN” arrivano una dopo l’altra, con un ritmo che non lascia troppo spazio alle pause. È uno di quei concerti in cui non c’è bisogno di spiegare molto. Le canzoni fanno il loro lavoro e la band sembra avere le idee piuttosto chiare su dove vuole portare la serata. Davanti al palco c’è chi balla, chi ascolta immobile, chi cerca di guadagnare qualche centimetro per vedere meglio. Sono comportamenti diversi, ma hanno tutti la stessa funzione: convincerci che siamo nel posto giusto.
Con “HOUSE”, “In My Own Way” e “BIG RED X” il concerto prende definitivamente velocità. I The Sophs suonano senza dare l’impressione di voler dimostrare qualcosa a tutti i costi. La sensazione è piuttosto quella di una band che si diverte a stare sul palco e che riesce a trasferire quella leggerezza anche a chi sta dall’altra parte. Poi arriva “Paper Cutter”, e subito dopo “I’M YOUR FIEND”. La scaletta continua a cambiare umore e direzione, ma senza perdere il filo. È una successione di titoli che, presi singolarmente, potrebbero sembrare l’indice di un romanzo piuttosto complicato. Dal vivo, invece, funzionano soprattutto per come si incastrano tra loro.
“A SYMPATHETIC PERSON” è uno di quei momenti in cui ci si accorge che il concerto è ormai entrato nella sua dimensione naturale. Il pubblico si è scaldato, la sala ha trovato il suo ritmo e nessuno sembra avere particolare fretta di andare da qualche altra parte. È forse questa una delle cose migliori della musica dal vivo: per un po’ si sospendono tutte le altre attività. Non ci sono mail da rispondere, messaggi a cui dare una risposta intelligente, appuntamenti da organizzare. C’è una band sul palco e c’è una sala piena di persone che hanno scelto di stare lì.
“SWEETIEPIE” e “It’s A Fever” accompagnano il concerto verso la seconda metà. L’energia resta alta e il tempo, come spesso succede quando ci si sta divertendo, comincia a comportarsi male: passa molto più velocemente del previsto. Poi arrivano “DEATH IN THE FAMILY” e “SWEAT”. Quest’ultimo titolo sembra quasi una fotografia della sala a quel punto della serata: l’Arci Bellezza è caldo, il pubblico è sempre più coinvolto e sul palco non c’è nessun segnale di rallentamento.
La scaletta cambia ancora con “Better Off Dead”, cover di Bill Withers. È un momento che allarga il concerto oltre il repertorio della band e introduce un riferimento che appartiene a una storia musicale diversa, ma che trova il suo posto senza sembrare una parentesi. Dopo la cover arrivano “Best Man in Los Angeles” e, ormai, ci siamo. Sono passati circa novanta minuti dall’inizio. Non tantissimi, non pochi: abbastanza per costruire un concerto completo e lasciare al pubblico la sensazione di aver ricevuto qualcosa, senza mai arrivare al punto in cui si comincia a guardare l’orologio. L’ultimo pezzo è “For the First Time”, cover di Mac DeMarco. È una chiusura che funziona anche per il titolo: dopo un’ora e mezza di musica, arriva quel momento inevitabile in cui le luci tornano a fare il loro lavoro e la serata comincia lentamente a rimettersi in ordine. Sono circa le 22.45.
La gente resta ancora un po’ davanti al palco, poi comincia a spostarsi verso l’uscita, recupera giacche e telefoni e torna gradualmente alla propria serata. Fuori dall’Arci Bellezza Milano continua a essere Milano, con le sue biciclette, le macchine, i marciapiedi e le persone che sembrano sempre avere un posto dove andare. Dentro, però, per un’ora e mezza, c’è stato soltanto il concerto.
I Sophs hanno attraversato diciassette brani mantenendo un passo sicuro e una buona dose di energia, alternando il proprio repertorio a due cover che hanno trovato spazio senza interrompere il ritmo della serata. Non è servito molto altro: un palco, una sala piena, una scaletta ben costruita e una band che aveva voglia di suonare. A volte un concerto funziona proprio così. Non perché debba raccontare qualcosa di enorme, ma perché per novanta minuti riesce a farti stare esattamente dove sei. E quando finisce, mentre torni verso casa, ti accorgi che era esattamente quello che ti serviva.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
