Il concerto di Courtney Barnett ai Magazzini Generali è iniziato nel modo peggiore possibile: con un problema di suono abbastanza evidente. Per la prima mezz’ora la voce di Courtney si sentiva davvero male. Molto bassa, spesso coperta dagli strumenti. In compenso arrivava forte la batteria, talmente forte da diventare quasi il centro del concerto. Chi conosce le canzoni di Barnett sa quanto le parole siano importanti: sono il punto di partenza di tutto, il modo in cui costruisce storie, battute, piccoli episodi quotidiani. Sentirle a fatica non aiutava. La scaletta, invece, era difficile da contestare. Si parte con “Stay in Your Lane”, poi “City Looks Pretty”, “Avant Gardener”, “Small Poppies”, “Mantis”, “Same” e “History Eraser”. Una buona dose di Courtney Barnett vecchia e nuova, con Creature of Habit ben rappresentato.

Il problema, oltre al mix iniziale, è stato anche il drumming di Stella Mozgawa. La batterista (già nelle Warpaint) è precisa e potente, ma per gran parte della serata è sembrata troppo scolastica, molto impostata e poco interessante. Le canzoni di Barnett hanno bisogno di dinamica, leggerezza e soprattutto di quel piccolo senso di imprevedibilità che le rende così personali. Qui spesso la batteria sembrava limitarsi a segnare il tempo e a sottolineare i passaggi, senza entrare davvero nel carattere dei pezzi. Il risultato era una band che suonava forte, ma non sempre sembrava respirare insieme.

Poi qualcosa cambia. Da “Need a Little Time” in avanti la voce comincia a emergere meglio e il concerto prende un’altra direzione. “Another Beautiful Day” funziona, “Depreston” ancora di più. Quando Courtney ha finalmente lo spazio per farsi sentire, torna fuori quello che ci si aspetta da lei: una voce poco teatrale, quasi parlata, capace di raccontare cose molto semplici senza renderle banali. Arrivano “Site Unseen”, “Great Advice”, “Elevator Operator”, “Sugar Plum” e “Wonder”. Il nuovo materiale convive bene con i pezzi più conosciuti e la serata, lentamente, si rimette in piedi. Su “Elevator Operator” il pubblico comincia a cantare davvero. È uno dei momenti in cui il concerto trova finalmente la sua dimensione. Niente effetti speciali, nessuna grande scenografia: Courtney, la sua chitarra e una sala che conosce quelle canzoni. “Before You Gotta Go” porta il concerto verso la parte finale, seguita da “Write a List of Things to Look Forward To” e “One Thing at a Time”.

Poi il bis.

Courtney torna da sola sul palco per “Mostly Patient”. Ed è forse il momento migliore della serata. Senza batteria, basso e volume, si capisce subito quanto funzionino le sue canzoni anche nella loro forma più semplice. La voce è finalmente al centro e la chitarra basta. Poi rientra la band per “Canned Tomatoes (Whole)”. E infine arriva “Pedestrian at Best”.

Qui tutto quello che era mancato all’inizio sembra finalmente arrivare insieme. Il pubblico salta, canta e si spinge sotto il palco. Courtney suona la canzone con la giusta dose di rabbia e ironia e, per qualche minuto, non importa più molto se il mix non è stato perfetto o se la batteria avrebbe potuto essere più interessante. La chiusura è affidata a “Nobody Really Cares If You Don’t Go to the Party”. Una scelta perfetta, anche solo per il titolo. Il concerto resta quindi diviso in due. Una prima parte complicata, con una voce quasi sempre troppo bassa e una batteria molto presente, e una seconda metà decisamente più convincente, quando il suono si sistema e le canzoni riescono finalmente a respirare.

Courtney Barnett resta una delle autrici più interessanti della sua generazione proprio perché non ha bisogno di complicare le cose. Le basta raccontare una giornata, una persona, una telefonata, una relazione finita male. Il problema è che, per farlo arrivare, bisogna prima riuscire a sentirla. Ai Magazzini Generali questo non è successo subito. Quando però è successo, il concerto ha iniziato a funzionare davvero.