Ascoltatemi bene, disagiati. Non so come ci siamo arrivati, ma eccoci qui. Sono le tre del mattino, le mie palpebre sono pesanti, c’è una dose massiccia di disgusto esistenziale nell’aria, e il mio povero giradischi sta sputando fuori l’ultima fatica di Beck Hansen. Sì, proprio quel Beck. Il ragazzino allampanato che trent’anni fa ci ha convinti tutti di essere dei perfetti “loser”, mentre lui incassava assegni grandi come il Texas campionando slide guitar e rime da b-boy.
Ora, in questo asfissiante 2026, ha sfornato Ride Lonesome. Un titolo che odora di fagioli in scatola e polvere da sparo, ma che conoscendo il nostro dandy losangelino sarà stato partorito in una spa di Santa Monica tra un frullato di cavolo nero e un’ora di meditazione trascendentale. E sapete qual è la vera ironia? Che funziona. Maledizione a lui e al suo genio mutaforma. Se vi aspettavate il funky di plastica di Midnite Vultures o i lamenti strappalacrime di Sea Change, buttate le vostre stupide certezze dritte giù per lo scarico. Ride Lonesome è il suono di un cowboy cibernetico che ha perso la bussola e la sanità mentale da qualche parte nel deserto del Mojave. È un disco country? Forse. Se il vostro concetto di country include Hank Williams che fa a pugni con i Kraftwerk in un vicolo buio alle tre di notte, mentre Lou Reed fuma sghignazzando nell’ombra. Prendete la title-track. Inizia con un banjo che suona come se avesse contratto il tetano: scordato, randagio, acido. Poi, BAM! Un beat di drum machine così freddo e inesorabile che farebbe venire i brividi a uno xenomorfo. Beck sussurra, strascicando le vocali come se gli costasse un’immane fatica anche solo respirare. Canta di autostrade vuote, anime in pena e stanze di motel dove la televisione trasmette in loop solo rumore bianco e televendite.
In “Neon Tumbleweed”, esplora un territorio da Spaghetti Western lisergico: chitarre twang annegate in oceani di riverbero che collidono con sintetizzatori analogici sul punto di esplodere. Sembra la colonna sonora di un film di Sergio Leone girato su Marte sotto l’effetto di visioni allucinanti. E non fatemi nemmeno iniziare su “Digital Spittoon” – una roba così deragliata che fa sembrare Captain Beefheart un cantante da balera domenicale. È come se Iggy Pop si fosse ritirato in un ranch portandosi dietro solo un campionatore polveroso e una tanica di mezcal tagliato con liquido per i freni.
Ci vuole fegato, o forse solo una sfacciata, pantagruelica arroganza, per presentarsi oggi con un album che se ne frega totalmente di ciò che è digeribile. In un’epoca in cui la musica è diventata carta da parati algoritmica, prodotta in serie per ragazzini con la soglia di attenzione di un moscerino della frutta, Beck ti sbatte in faccia 45 minuti di pura, gloriosa alienazione. Ci sta prendendo in giro? È solo un’ennesima posa ironica? A chi importa! Quando la lap steel guitar entra a gamba tesa squarciando il finale di “Midnight in the Algorithmic Desert”, vi giuro che ho sentito qualcosa di molto simile a un’emozione umana farsi strada nel callo spesso tre dita che ricopre il mio cuore da vecchio critico cinico.
Ride Lonesome non è un disco perfetto. A tratti è inutilmente cervellotico, a tratti si accartoccia su se stesso come una lattina di birra a buon mercato schiacciata su una fronte sudata. Ma è dannatamente vivo. Trasuda linfa, circuiti bruciati e polvere vera. Quindi, fatevi un favore. Mettete questo disco sul piatto, spegnete tutte le luci, versatevi qualcosa che bruci per davvero in gola e lasciate che il signor Hansen vi porti a fare un giro nel suo personalissimo incubo solitario. Perché alla fine della fiera, amici miei, siamo tutti soli su questa giostra. E tanto vale avere una colonna sonora che ci faccia graffiare un po’ le orecchie.

smemorato cronico, sognatore ostinato e cercatore compulsivo di dischi capaci di rimettere in ordine (almeno il mio) mondo, nonfoss’altro per la durata di una canzone. Bazzico questo meraviglioso postaccio dal 1998, convinto di essere sempre indie prima degli altri, anche di me stesso.
I miei 3 rifugi sonori: Il Bloom di Mezzago, l’Arci Bellezza e il Gagarin a Busto Arsizio. Nel cuore però rimarranno per sempre Spazio Musica a Pavia e il Babylonia in quel di Ponderano, nel Biellese.
Il primo disco comprato: la cassetta con il retrocopertina non censurato di Appetite for Destruction dei Guns.
Il primo disco che avrei voluto comprare: I Mostri di Thimothy dei Motorpsycho.
Una cosa che probabilmente non vi servirà sapere: parafrasando John Fante, ogni tanto mi sembra di intravedere il lato più tragicomico dell’esistenza. Poi metto su un disco che vale davvero la pena ascoltare e, per una quarantina di minuti, il mondo torna ad avere un senso. E anche farne parte, tutto sommato, non mi dispiace.
