Alzi la mano chi non è mai rimasto deluso da un disco di una delle sue band preferite. Ok, forse qualche rarissima eccezione esiste, ma la caduta di stile, l’album meno riuscito e l’improvvisa mancanza di ispirazione sono episodi che possono spesso capitare nella carriera di un artista. Anche nel 2019 abbiamo infatti assistito a qualche clamoroso flop.

Con l’acidità che ci contraddistingue, abbiamo quindi votato i quattro dischi (due italiani e due stranieri) che ci hanno maggiormente deluso. Sia chiaro, non si tratta di critiche gratuite, altrimenti avremmo potuto inserire un titolo a caso di un artista che non ci è mai piaciuto. Al contrario, la delusione nasce sempre dall’amore. È un’aspettativa disattesa, un piccolo colpo al cuore inferto da chi pensavamo non potesse mai tradirci. E invece… eccoli qui.

A cura di Paolo

 

Beck – Hyperspace

Ecco, il nostro amato Beck è proprio uno di quelli che fino a questo momento era sempre riuscito a sfornare dischi che si aggiravano tra il capolavoro e il prodotto di alto livello. Anche “Colors”, il suo discusso album uscito nel 2017, ci aveva convinto grazie a un pop maturo, intelligente e allo stesso tempo freschissimo. Con questo “Hyperspece”, l’artista californiano ha provato a proseguire il discorso iniziato due anni fa, facendosi aiutare da Pharrell Williams in fase di produzione. Il risultato è un disco ben allineato ai suoni che vanno di moda oggi, ma proprio per questo privo di mordente nella gran parte dei brani. Peccato.

 

The Black Keys – Let’s Rock

Se è vero che ultimamente il rock ha perso qualche colpo, è altrettanto vero che chi ancora qualche colpo lo dovrebbe dare sembra aver tirato un po’ i remi in barca. È il caso dei The Black Keys, che quest’anno hanno pubblicato il loro nono album in studio. A dispetto del titolo, “Let’s Rock”, il duo di Akron è ancora alla ricerca del vecchio smalto perduto. Non è tutto da buttare: Eagle Birds e Go sono pezzi che non avrebbero per niente sfigurato in un disco come “El Camino”, mentre Tell Me Lies è tra le cose migliori della recente produzione di Auerbach e Carney, ma per idoli come loro il compitino non basta proprio. Senza meta.

 

Ex-Otago – Corochinato

Oddio, quanto sono lontani i tempi di “The Chestnut Time”, quando gli Ex-Otago erano soltanto in tre, quando cantavano in inglese e suonavano come la versione nostrana degli Ugly Casanova. Era il 2003, sedici anni fa: l’indie-folk in Italia era un sottobosco interessante e gli Ex-Otago erano i nostri astri nascenti. Ebbene, quella band così bizzarra e stimolante non esiste più. In realtà sono tanti anni che è scomparsa, non ce ne accorgiamo certo adesso. Ma dopo il passaggio alla lingua italiana (ok), la trasformazione del trio in quintetto (ok), la svolta synth-pop di “Marassi” (mmmh, ok proviamoci), la distribuzione affidata a una major (va bene uguale, chi se ne frega) e la partecipazione a Sanremo (ahia), questo nuovo album intitolato “Corochinato” ha decretato la morte definitiva degli Ex-Otago che un tempo amavamo. Restiamo in attesa di un’eventuale resurrezione.

 

Fast Animals and Slow Kids – Animali Notturni

A dieci anni dal loro esordio, la parabola dei Fast Animals and Slow Kids sembra aver imboccato la strada che li porterà a conquistare un pubblico sempre maggiore. In questo caso, però, il successo non corrisponde alla qualità che ci si aspetta dai quattro perugini. Il timore è che se la band di Aimone Romizi deciderà di confermare le scelte fatte per “Animali Notturni”, fra qualche anno, magari con un disco ancora più insipido di questo e una bella partecipazione sul palco dell’Ariston, saremo costretti a fare un discorso simile a quello fatto per gli Ex-Otago. Qualche sentore lo avevamo già avuto con il precedente “Forse non è la felicità”, che però aveva convinto (e parecchio, almeno a tratti) grazie a un’ottima scrittura e al volume ancora piuttosto alto. Qui invece appare tutto appiattito su un rockettino un po’ patinato. E purtroppo non si scuote più il capoccione come ai tempi di “Hybris”.