I dischi della maturità non esistono, almeno in senso stretto. Sono quelli che ascolti da ragazzino mentre prepari l’esame e niente più. Quelli che spingono ad andare avanti, a memorizzare un concetto. Poi li chiudi nel cassetto dei ricordi e chi si è visto si è visto. “Forse non è la felicità”, l’ultimo album dei Fast Animals and Slow Kids uscito per la Woodworm, non fa eccezione. Non è un passaggio all’età adulta, né un grandioso esercizio di stile. L’introduzione del pianoforte e di una sezione d’archi più presente del solito contano solo fino a un certo punto. Non perché la band perugina non sia in grado di prendere il largo e guidare lontano, anzi. Ma a questo gioco al massacro, a questa facile ingiunzione del disco maturo, che appesantisce e archivia nella polvere, i Fast Animals and Slow Kids non possono e non devono starci. Allora non chiamatelo disco della maturità, perché non significa nulla. Come dicono loro, «questo è il disco più libero e spontaneo che abbiamo mai fatto». E c’è da fidarsi.

Ecco, la fiducia. Aimone Romizi e soci non la tradiranno mai. Fin dal primo degli undici brani che compongono l’album, il gruppo prende per mano l’ascoltatore («La stessa che stringevi tu») e lo accompagna in un viaggio autentico e privatissimo («Allacciati le scarpe, che c’è da camminare»). Un viaggio percorso a velocità ridotta rispetto ai tre lavori precedenti, con un piede sul freno (11 Giugno) e l’altro pronto a dare gas alla coppia motrice (Ignoranza). È vero, il suono dei Fask è lievemente cambiato. La chitarra emo-core (in pieno stile The Get Up Kids) è ancora in primo piano. C’è energia e ferocia da vendere. C’è addirittura una cavalcata punk battagliera come non ne avevano mai scritte (Giorni di gloria). La struttura dei pezzi, però, si è fatta più complessa e studiata, sulla falsariga di qualche raro episodio di “Alaska” e “Hybris”. Come se prima di entrare in studio si fossero ripassati il primo disco dei We Were Promised Jetpacks e qualcosina dei cugini Fine Before You Came.

Non mancano alcuni momenti di incertezza, non tutto è perfetto. La gola di Aimone potrebbe bruciare meno in qualche passaggio. Ma i passi falsi, pochi per la verità, sono compensati da un livello di scrittura che si è ulteriormente alzato. Seppure siano sempre al limite dell’eccesso, i testi dei Fask si discostano di gran lunga da quelli ruffiani e spudoratamente ammiccanti di buona parte dell’indie-pop nostrano. Via libera dunque a una genuina riflessione sul tempo, inteso non soltanto come divisione dello spazio, ma come percorso di coscienza e conoscenza.

L’uso frequente dell’imperfetto e del futuro traccia una parabola che parte dall’adolescenza Non capivo niente, quanto cazzo ero giovane!») per schiantarsi contro la disillusione di un ragazzo diventato grande («Tanto arriverà, stai pronto ad accettare, il fondo del bicchiere»). La durata interiore si misura in esperienze e sensazioni, nel viaggio di ritorno da un concerto o nello stupore di fronte all’imponenza di una quercia. E se per i Marlene Kuntz l’abitudine era “un sudario avvolto fra noi”, per i Fask diventa “una piaga nel petto”. La stabilità, invece, che per gli Afterhours era “un modo di morire a metà”, qui si trasforma in “crusca per le bestie”. La soluzione a questi mali è servita in Fiumi di corpi, uno dei brani più belli del disco: «Ascoltami, c‘è un’altra strada fra le montagne che attraversa fiumi di corpi come noi». No, questo non è per niente un disco della maturità. Non è nemmeno la felicità, ma è il percorso più verecondo per raggiungerla.

Paolo Ferrari