
Lasciati alle spalle i fasti di “Collapsed in Sunbeams”, ancora oggi uno dei migliori esordi dell’ultimo decennio, così come le incertezze compositive del non proprio riuscito “My Soft Machine”, torna Arlo Parks, artista londinese dedita a una nuova formula di soul che negli anni è entrata nel cuore di molte persone.
Se la freschezza di un lustro fa è ormai lontana, per fortuna questa nuova fatica ci mostra comunque un percorso interessante, più onirico, seppur sempre ballabile, e riflessivo. Figlio delle notti di New York, dove i brani sono stati scritti, si nota subito l’utilizzo ragionato di synth e drum machine come mai prima d’ora. Il risultato è una scrittura notturna, crepuscolare, ma calda e accogliente.
Le dodici canzoni che formano la scaletta creano un viaggio molto omogeneo, in cui gli intro e gli outro dei pezzi si mescolano senza veramente differenziarsi fra loro. Per citare qualche brano, però, puntiamo sicuramente sul singolo 2SIDED, perfetto after da 5 del mattino, il duetto intenso ed emozionante con Sampha in Senses e il crossover rap di Get Go.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase: insegno, imparo, ascolto, suono
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica: feste estive (per chiunque), Latteria Molloy (per le realtà medio-piccole), Fabrique (per le realtà medio-grosse)
Il primo disco che ho comprato: Genesis “…Calling All Stations…” (in verità me l’ero fatto regalare innamorato della canzone “Congo”, avevo dieci anni)
Il primo disco che avrei voluto comprare: The Clash “London Calling” (se non erro i Clash arrivarono ad inizio superiori…)
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: adoro Batman
