Si può uscire dal languore affascinante e malinconico che induce la trafila Halloween-ognissanti-morti, con l’enorme assuefazione del suo immaginario, e incominciare, se pur timidamente, a intravedere la luce? La luce avrà la meglio, sempre, o così ci pare di ricordare; essa è vita, le tenebre la morte.

L’unico modo per vincere il tono lugubre è ascoltare l’assemblage tanto eterogeneo quanto coerente dei meravigliosi Dispatch: la loro ultima fatica intitolata “Location 13” (a solo un anno di distanza da “America: Location 12”) è la giusta lanterna per condurci fuori dall’ombra.

Collochiamo i ragazzi di Boston dalle parti del Roots, con visite improvvise negli immensi territori del folk acustico e intimista tanto caro a Neil Young e Paul Simon, e sopralluoghi nella country music, ormai definitivamente risorta, in primis al cinema con il western. Insomma ci risiamo, gli Stati Uniti d’America. Abbiamo la tentazione di fare di quest’album una metafora. Ogni pezzo un pezzo di paese e ogni genere un essere umano. Perché oggi non esiste l’uno: vive e si moltiplica la diversità e i Dispatch lo hanno capito perfettamente, dagli anni ’90 se per questo.

Il reggae sciacquato nel pop così friendly di Cross the World ci consiglia di attraversare il mondo prima di smetterla qui con la vita, se non altro per la sorpresa che gli incontri possono riservarci. Black Land Prairie è l’elegia degli spazi occupati momentaneamente dagli spiriti oscuri che tutto tolgono ma, se debitamente osteggiati, resi vulnerabili e, infine, cacciati dalla terra dei giusti che nel sogno vivono e prosperano. Il fuoco di Came for the Fire, come nei riti antichi, riduce in cenere l’orizzonte dei padri: l’opera di chi prima di noi ha eretto ponti, dighe e caseggiati non è permanente e oggi, chi abita il mondo, ha da restituire il favore.

Per le superstizioni religiose il tempo si è eclissato: la Terra con i suoi fiumi, l’altezza delle Montagne e la vastità della pianura, insegna all’Uomo ancora una volta la lezione più preziosa di tutte: ognuno di noi deve ricominciare da capo, di generazione in generazione, ostinatamente, seguendo il ritmo scostante del fiume, che si allarga e si stringe a fisarmonica, prende velocità e si separa schizzofrenicamente da sé stesso, ma ricompare, diverso, nuovo.

Negli Stati Uniti da un po’ di tempo la vita assomiglia a quella del prigioniero: delle proprie paure spesso inesistenti, di tare indissolubili, ognuno stretto e ricattato dall’incombere della povertà economica. Lo slancio di ricominciare a cantare in Prisoner’s Visitor è forse l’ultima chiamata; l’invito, insieme più sincero e disperato, affinchè quella prigione buia accolga finalmente un po’ di luce. Essa è vita, come si diceva.

Alberto Scuderi