Il colpo di fulmine ha bisogno del segno della sua subitaneità, che mi rende irresponsabile, sottoposto alla fatalità, travolto, rapito.

Questo è stato dunque: un colpo di fulmine, quello con i DispatchVolti sconosciuti ai più in Europa e in Italia, quelli di Brad Corrigan, Pete Francis Heimbold e Chad Urmston. E invece hanno una signora storia alle spalle, fatta di EP, album, concerti, di un lungo addio nel 2004 che poi si è trasformato in un arrivederci con la reunion del 2011. Un trio made in New England, Boston per l’esattezza, che è capace di afferrarti al primo ascolto e portarti nel suo mondo musicale, così leggero ma intenso al tempo stesso. Ed è proprio quello che hanno fatto anche nell’ultimo e sesto album, “America, Location 12”.

Nell’immagine ammaliante, ciò che m’impressiona (come una carta sensibile), non è la somma dei suoi particolari, ma questa o quell’inflessione.

Il loro non è certo un sound particolarmente originale, non è di quelli che lascia a bocca aperta o sorprende con derive armoniche o improvvise tensioni, che esibisce voce o strumentazioni, che si lancia in pamphlet politici e testi profondamente impegnati. Ma è un suono interessante e pieno, un incastro di voci e strumenti semplice ma efficace, di armonie mixate in modo sapiente e non scontato. E poi, funziona come la colla Vinavil delle nostre migliori infanzie, quella che aderisce perfettamente agli angoli delle dita. Quella che ci fa rilassare solo nello stare lì a guardarla seccare per poi coglierla, pian pianino, strato dopo strato, con distesa e rilassata concentrazione.

Il colpo di fulmine è un’ipnosi.

Ed è così che inizia un vortice di 11 tracce che ci si incastra in testa, che vogliamo risentire ancora e ancora, teletrasportandoci fuori dal traffico e dal vissuto contemporaneo, in una piccola oasi musicale fuori dal tempo. Dallo strano e lungo miscuglio sonoro di apertura, Be Gone, che unisce tocchi di elettronica a indie-folk tradizionale e reminescenze ecclesistiche, all’effervescenza naturale di Only the Wild Ones, dal desiderio di evasione di Painted Yellow Lines, alla splendidamente beatlesiana Midnight Lorry, al tocco più oscuro e rockeggiante di Skin the Rabbit. Dai fischiettii naif e lo schitarrio con coretto alla Mumford and Sons di Begin Again, al folk di Rice Water o quello più impegnato di Ghost Town.

Il mito del “colpo di fulmine” è talmente forte (la cosa mi cade addosso senza che io me l’aspetti, senza che io lo voglia, senza che io abbia fatto la benché minima mossa), che si resta sbalorditi se si sente qualcuno “decidere” d’innamorarsi.

Non si decide di apprezzarli, si è costretti a farlo: senza strafare, senza voler essere straordinari, lo sono nella loro efficace essenzialità testuale, pungente ma scorrevole, toccante ma sostenuta. Nella loro musicalità orecchiabile ma non banale, catchy ma mai più lontana dall’idea di “tormentone”.

C’è qualcosa che coincide esattamente col mio desiderio (di cui non so niente) e quindi non farò preferenze di stile.

Non vogliono fare scelte stilistiche, essere inquadrati, darsi una definizione. L’importante, sembrano dirci, è divertirsi, fare quello che si ama senza rovinarsi l’anima, consapevoli ma mai sopraffatti da ciò che ci circonda. Perché, come cantano in Windylike, “se è ventoso come al mattino e siamo persi nel mare, non lotteremo, perché alla fine il nostro unico diritto è vivere e amare e lavorare ed essere”.

E allora, come si può evitarlo, quell’improvviso, delizioso colpo di fulmine che è America, Location 12? Non lo si schiva, ma lo si abbraccia stretto e si spera che rimanga ancora per un bel po’.

Roland Barthes (Frammenti di un discorso amoroso, 1977) e Giulia Zanichelli

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