Siamo all’album numero tre per Noah Gundersen. Un disco certamente altro, diverso dalle sue opere precedenti, che mostra un Noah cresciuto, evoluto, probabilmente nella migliore (a oggi) forma di sè. In “White Noise” si sente una maturità non così scontata per un ragazzo di 28 anni di Olympia, cittadina dello sconosciuto stato di Washington, su nel deep nord americano al confine con il Canada.

E forse è da lì che ha attinto la fredda glacialità elettronica (il cui continuo uso rappresenta la grande svolta del disco rispetto ai più morbidi e acustici lavori precedenti) dei suoni che si spargono su “White Noise” attraverso le sue tredici tracce. A questo si unisce uno sforzo di produzione notevole, un grande lavoro sui testi, dando forma a un sound molto contemporaneo, ma non facilotto.

Esplodono i synth, così come la voce e le chitarre: un folk 2.0 che s mescola al rock, in una violenza buona, di quelle purificatrici e liberatrici. Come nei ritornelli di The Sound e nei suoi testi: «How many times will you shit on what you’re given? How many times till you shut up and listen?». Non per nulla, è proprio il primo singolo estratto dal disco. Oppure nella catartica Wake Me Up I’m Drowning, che dalla tranquillità passa alla violenza purificatrice di chitarra e batteria.

Si continua comunque a sentire che alle spalle c’è stata un’infanzia felice, un sostegno all’esplorazione del mondo della musica, un incoraggiamento che ha dato a Gundersen la base necessaria a intraprendere la strada dell’arte e a lasciarsene possedere. E non c’è capello lungo alla Jared Leto che tenga, l’aria da bravo ragazzo non gliela leva nessuno. Sempre accompagnata da quella sicurezza di sè, naturalmente respirata, ma anche guadagnata in anni di esperienza sul palcoscenico e nel lavoro musicale. Una maturazione e crescita personale, una pioggia di ascolti, Radiohead in primis. Basti pensare al trip psichedelico del basso sull’ubriaco e lamentoso sound di Cocaine Sex and Alcohol, ma pure ad After All o Bad Actors.

Un lavoro influenzato anche dal nuovo gruppo di radice più rock con cui ha suonato nell’ultimo periodo, Young In The City, che ha infiltrato i propri pensieri musicali nel cervello di Noah. Ma non mancano brani più simili a quelli a cui ci aveva abituato finora, come la classica ballad in versione elettronica Bad Desire o l’intimità delicata di Dry year, o ancora la dolcezza della sua voce tremante in Send The Rain (To Everyone).

“White Noise” può essere un’inaspettata doccia fredda rispetto al piacevole pop folk che Gundersen ci aveva fatto assaggiare. Ma un gelo improvviso può risvegliare il corpo, rinfrescare la mente, far gioire i sensi. Mai abituarsi all’abituale, o sarà tutto un lento assuefarsi al banale.

Giulia Zanichelli