A voler tagliare con l’accetta grossa, possiamo parlare di un indie-folk pregiato, come quello di Wilco, Elliott Smith, di Sufjan Stevens, Bon Iver, Okkervil River e via elencando. Artisti che ci hanno conquistato con album fondamentali, capaci di disegnare in punta di pastello atmosfere intime, raccontare dolori, toccare corde e riscaldare il cuore.

E poi c’è il folk-rock che ci permettiamo brutalmente di liquidare come dozzinale; buono solo per radio tipo Virgin, melodie orecchiabili e via a fischiettare. Interpretato da band come Lumineers, Strumbellas, giù giù fino agli abissi dei gironi infernali che conducono a Ed Sheeran.

Esiste anche un esteso territorio di mezzo, dove i sindaci sono i Mumford and Sons, e dove forse possiamo accasare anche i Dr. Dog. La Democrazia Cristiana del folk-rock. Coi Lumineers ci sono andati pure in tour, per dire. Ma anche con i Wilco. Le produzioni del quintetto di Philadelphia sono da anni orientate verso le orecchie di ascoltatori poco esigenti, canzoni ripulite e perlopiù prive di elementi di novità e, ahimè, interesse.

Negli States hanno un bel seguito, piazzano brani nelle classifiche top 50, vantano esibizioni in tutti i più seguiti talk show televisivi, tour mondiali, partecipazioni ai festival più prestigiosi e l’endorsement di testate importanti. La loro musica non è cambiata molto dagli esordi (sono in giro da vent’anni): radici saldamente piantate nel folk, pop di quello che si masticava negli anni 60-70, rare puntate nel blues-rock, una spruzzata abbondante di psych.

Il loro decimo album si intitola “Critical Equation”, è stato prodotto da Gus Seyffert, già al lavoro con Beck, Bedouine e Michael Kiwanuka. Materiale nuovo non ne producevano da cinque anni e per questo nuovo lavoro sostengono di essersi allontanati dalla loro comfort zone.

Vediamo come.

La principale novità per la band di Toby Leaman e Scott McMicken è stata l’abbandono della Anti, la loro etichetta fin dal 2010, a favore della Thirty Tigers, che si trova a Nashville. Luogo musicalmente molto evocativo, forse più in linea con il loro sound pesantemente indebitato col country. Un cambio non proprio epocale, non si sono certo messi a fare trap.

Inoltre hanno abbandonato il loro studio, allestito dopo il 2012, incidendo l’album a LA invece che a Philly, con tutte le influenze che questo contesto diverso può aver comportato. Non si tratta quindi di un’allegra zingarata sulla west coast, ma di un decisivo cambio di ambientazione/ispirazione. Insomma.

Un’altra novità sta nell’essersi affidati per la produzione a un orecchio esterno, quello di Gus Seyffert, che non ha proprio rivoluzionato il modo di comporre della band, ma ne ha piuttosto modificato l’approccio, consentendo ai Dr. Dog di fare meglio quello che sapevano già fare bene. Le canzoni sono registrate su nastro analogico a 16 tracce, per “suonare come fossero eseguite dal vivo”. Ah, la sincerità dei musicisti folk, il sudore, mica come la musica di oggi tutta fatta al computer. Ehm.

Ma cosa spinge ancora i Dr. Dog a fare musica oggi? In un’intervista il bassista e co-autore dei testi, Toby Leaman, parla di «una rinnovata testimonianza d’amore per noi stessi, per il lavoro che facciamo assieme, la voglia di approcciarsi a qualcosa che conosci così bene in maniera però del tutto innocente, fare musica per divertirsi e stare con gli amici». Nessuno parla mai dei mutui da pagare, ci mancherebbe altro. Intanto, però, un altro luogo comune sull’autenticità della loro arte ce lo siamo giocato. Gli fa eco l’altro leader della band, Scott McMicken: «Mi sembra di far parte di una band completamente nuova». Che però, nonostante le parecchio sbandierate dichiarazioni di rinnovamento, spinge forte sul pedale della tradizione, e tanto nuova non suona.

Certo, suonano bene i Dr. Dog, e confezionano melodie immediate e a presa rapida. I brani di quest’album sono penalizzati dalla scelta prevalente del mid tempo, che alla lunga fa risultare il tutto un po’ monocorde, ma si registra qualche guizzo. Si parte su ritmi piuttosto blandi con accenni di psichedelia in apertura, grazie all’ipnotica Listening In e il groove di Go Out Fighting, una Buzzing In The Light vagamente lennoniana, le soporifere Virginia Please e la title track, in cui si salvano giusto le armonie. Si cresce con True Love, miscela di old rock e country pop, e Heart Killer, l’highlight dell’album, una canzone vivace e provvista di ritornelli niente male. Si rallenta di nuovo con l’incipit acustico di Night, narcotizzata e notturna, ci si riprende con il blues rock stomper di Under The Wheels alla Steve Miller, non proprio una botta di adrenalina ma meglio di niente.

Senza il talento degli Shins e nemmeno l’immaginario letterario e musicale dei Decemberists, senza il forte retroterra country di Bright Eyes, senza il carisma dei Wilco o la capacità di scrivere pezzi di band one hit wonder, i Dr. Dog si confermano onestissimi artigiani del folk, non particolarmente benedetti da travolgente ispirazione in questo album, né capaci di colpi di genio memorabili. Nel momento in cui li ascoltate alla radio per caso e decidete di non cambiare stazione, hanno già abbondantemente raggiunto il loro scopo. Nulla di più.

Andrea Bentivoglio