wilco_schmilco_1200-e1468894519993_sq-e28b825e4157160666e178facabff3e7be60f29b-s900-c85Se il precedente Star Wars aveva spiazzato tutti, arrivando inatteso ad annunciare una sfacciata svolta garage, il decimo – e stavolta annunciato – album dei Wilco scarta di nuovo le aspettative.

Schmilco è un prodotto delle stesse sessioni in studio che avevano dato vita al suo predecessore, ma non potrebbe esserne più distante. Tornati saldamente al loro più classico sound country-rock, il sestetto di Chicago si dedica a esplorare e sviscerare quella forma e quello stile che nel corso degli anni sono diventati i loro marchi di fabbrica. Dentro Schmilco non ci sono i larghi ritornelli di Yankee Hotel Foxtrot, i lunghi assoli che punteggiavano Sky Blue Sky o il country-rock dritto di A.M. Al contrario, ognuno di questi elementi appare compresso, ridotto all’osso, fatto a pezzi con metodo. L’ambiente, la “stanza” è parte fondamentale del discorso, tanto da sentirci per trentasei minuti chiusi in cameretta insieme alla band.

Il disco apre con una sorta di prologo, le prime tre tracce e il loro suono country-rock con la chitarra acustica imperterrita nell’orecchio destro e le finezze barocche di Nels Cline nel sinistro. Poi, all’altezza di Common Sense, quando la direzione ormai sembra chiara, l’equilibrio si spezza, le chitarre diventano schegge sghembe e dissonanti su arpeggi abbozzati, la voce si fa più scura e l’atmosfera di pacata malinconia che ci accompagnava fin qui precipita. Nope rincara la dose, un rock-blues arrancante che finisce in feedback, Someone to Lose pare sempre sull’orlo di decollare con i riff grossi di chitarra che subito si arenano su pause di basso pulsante, ossessivo, mentre Happiness ci porta finalmente un ritornello cantabile che si infrange presto sull’obliqua Locator prima di andare a chiudere nuovamente su tre ballad quasi dylaniane. I testi sono quelli pacatamente tristi di Jeff Tweedy, con l’aggiunta di un sottofondo di stanchezza che lo porta a dirci “something like me / you don’t wanna be”, a confessare tutta la paura e l’inquietudine verso quei “Normal American kids” che in passato aveva disdegnato così tanto, e a pontificare “happiness depends on who you blame”, come a dire che non si superano le difficoltà crescendo ma si impara solo a gestirle meglio (forse).

Daniele Piccoli