Otto. Il numero che rappresenta l’infinito, la fecondità, la prosperità. Un compito impegnativo, quello che viene chiamato a svolgere “Invisible Storm”, il nuovo (ottavo) disco dei Turin Brakes, nato due anni dopo “Lost Property” e registrato negli studi dove nacque Bohemian Rhapsody, in Galles.

Ma non c’è nulla in stile Queen nel disco, anzi. Olly Knights, Gale Paridjanian, Rob Allum e Eddie Myer si trovano esattamente sul polo estetico opposto: quello da cappellino, camicia a quadri e jeans un po’ sdrucido, per intenderci. Quello popolato da fieno, sudore, stivaloni e birra dalla bottiglia alle 7 di sera. Quello che ti fa avvertire la potenza pulita di un animo folk che trasuda in ogni traccia, con quel tocco di vintage a cui è impossibile resistere e quella profondità di pensiero da cui non vogliamo esimerci.

“Invisible Storm” impila undici brani di una bellezza semplice e immediata, che non sfidano confini, non schiacciano acceleratori, non sterzano d’improvviso, ma accompagnano in un tranquillo viaggio tra le morbide colline e i ramosi boschi dell’anima. Le prime tracce sono forse le più spensierate del disco. Would You Be Mine apre le danze con incursioni di elettronica ritmata, mentre le schitarrate di Wait parlano di un amore in attesa, ma un’attesa gioiosa, non drammatica, sfociando con naturalezza in Always.

Siamo poi pronti a immergerci nella boscaglia interiore della band: e così Lost In The Woods ci culla su coretti angelici e chitarre dondolanti, Deep Sea Diver si drappeggia intorno ad arpeggi di chitarra acustica, sui quali si inserisce con morbidezza il canto di Olly, in un’intimità e una dolcezza da caminetto. L’allegro manifesto di Life Forms precede la title-track Invisible Storm, forse più riflessiva e passionale, ma dalle cui intime strofe sorge e cresce un ritornello sferzante: «It’s funny how things turned out fighting an invisible storm».

L’Invisible Storm è la tempesta invisibile, la guerra personale che ognuno di noi combatte quotidianamente e che i Turin Breaks cercano di affrontare a colpi di note, tentando, come dice Olly, «di tracciare una linea tra queste tensioni interne e cosa succede all’esterno di noi stessi».

Intento ambizioso, e dunque si parte alla volta del deserto infinito del suono e del mondo esterno, sfrecciando sulle note di Everything All At One per dimenticare gli amori sfuggiti, fermandosi a riflettere sulle note di Tomorrow e lasciandosi cullare dalla vaporosa e sospirata Smoke and Mirrors.

Ma poi, sempre e comunque, si rientra a casa: Don’t Know Much ci porta ancora una volta in campagna, in quell’aria di campagna che loro non hanno probabilmente mai vissuto, ma all’ombra del cui pensiero si crogiolano ormai da vent’anni. “Invisible Storm” è un album che conferma il ruolo che la storia ha assegnato all’alt-folk-rock band londinese: farci sognare, dai nostri palazzoni a otto piani ammucchiati uno sugli altri, cieli sterminati sopra i capelli, foglie scricchiolanti sotto i piedi, suoni rassicuranti nelle orecchie.

Giulia Zanichelli