
Un disco di genere che sa anche essere “popular” e classico. Una raccolta dove l’equilibrio tiene assieme le parti, con gusto e mestiere. Le basi dei Tinariwen, come sempre, sono blues. Potremmo anche chiederci se sono radici locali o influenze post-coloniali. Ma davvero questo importa per un discorso che è in primo luogo estetico? Lasciamo le questioni sulle identità ad altri ancora con lo sguardo proiettato all’indietro e proseguiamo.
Si diceva dell’equilibrio: le timbriche elettriche e acustiche presenti si completano perfettamente, il cantato ha spesso un formato “call and response”, le percussioni sono accarezzate, ma danno un sostegno di valore. L’effetto finale è quello di una raccolta di ballate mature, mutanti e potenzialmente capaci di sussurrare musica a un pubblico eterogeneo.
C’è, come detto, del “call and response” che richiama il gospel, ma ci sono anche degli intarsi di sei corde dall’odore acre e stordente, nonché un tono languido che tracima a volte nel barocco o che scava il suo letto nel pop tout court. Ce n’è per tanti, se non per tutti. Musica da viaggio, in prima classe.
Alessandro Scotti

Mi racconto in una frase: vengo dal Piemonte del Sud
Il primo disco che ho comprato: “New Picnic Time” dei Pere Ubu è il primo disco che ho comprato e che mi ha segnato. Non è il primo in assoluto ma facciamo finta di sì.
Il primo disco che avrei voluto comprare: qualcosa dei Pink Floyd, non ricordo cosa però.
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: la foto della famiglia di mia madre è in un museo, mia madre è quella in fasce.
