recensione dream syndacate these times

Se è innegabile che non tutte le reunion escano proprio con il buco, è altrettanto sicuro che quella dei Dream Syndicate qualche soddisfazione a Steve Wynn e soci la stia dando. Gli alfieri del Paisley Underground, genere affine alla psichedelia che recuperò a suo tempo i suoni grezzi ma immaginifici di Velvet Underground, Television e kraut rock, sono infatti tornati dapprima due anni fa con un album urgente come “How Did I Find Myself Here?”, un rinascita nel nome dell’esordio di 25 anni prima “The Days of Wine and Roses”, e oggi con questo “These Times”, un lavoro più variegato e debitore del loro capolavoro “Medicine Show” (1984).

Una band viva e vegeta quindi, che in 10 brani rilegge ancora una volta a modo suo un pezzo di storia americana. L’inizio è affidato alla bombetta The Way In, figlia degli anni Sessanta e filtrata da un quasi recitato alla Lou Reed, mentre Put Some Miles On è maggiormente tossica e gioca a primeggiare con i figli adottivi King Gizzard & The Lizard Wizard, con i quali rischia di vincere. Black Light è ipnotica e desertica e vive di un suono che gli ascoltatori di musica indie italiana hanno recentemente imparato ad apprezzare (come non sentirci infatti gli ultimi Tre Allegri Ragazzi Morti di, non è un caso, “Sindacato dei sogni”?), la successiva Bullet Holes, con il suo e-bow perfetto, non può invece non riportare alla mente gli R.E.M. di metà anni Novanta, così come Still Here Now e Recovery Mode le migliori cavalcate prodotte dai Crazy Horse di Neil Young.

Speedway è un blues impazzito, The Whole World’s Watching nasce da un trip lisergico oscuro, Space Age abbonda in phaser. La conclusione è affidata all’epica Treading Water Underneath The Stars. Un altro centro dritto nel bersaglio, e noi si muore dalla voglia di andare ad ascoltarceli dal vivo, dato che nella nostra penisola faranno sosta per ben sei date fra il 16 e il 22 giugno (Venezia, Ancona, Milano, Cesenatico, Fiorano Modenese e Roma).

Andrea Manenti