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The Goon Sax – Mirror II: Recensione

Il giovane trio australiano Goon Sax con questo terzo album si stacca definitivamente dall’indie-pop un po’ byrdsiano degli esordi a favore di un pastiche più legato agli anni Ottanta, che non esita però a sporcarsi con imprevisti esperimenti musicali. Le tre voci del progetto guidano man mano la direzione da intraprendere: quella femminile di Riley Jones esplora il lato più onirico dell’animo della band prendendo come punto di riferimento l’incantevole Victoria Legrand dei Beach House, mentre le due maschili di Louis Forster e James Harrison cercano rispettivamente un punto d’incontro con il post-punk d’inizio millennio di Editors e Interpol e una direzione più sgangherata verso il classico cantautorato in lingua inglese.

I brani meno originali sono quindi quelli che si riallacciano al decennio buio degli yuppies: il singolo In the Stone, la disco dark di Psychic, le ballad Desire e Till Dawn. Più coraggiosi sono invece la sghemba ninna nanna omaggio ai Cure di Tag, la cantilena indie rock di The Chance e la rincorsa folle con tanto di sax di Bathwater. Il meglio lo si ha però con la tripletta formata da Temples, Carpetry e Caterpillars, in cui i nostri, forse influenzati dalle registrazioni inglesi a Bristol, si appropriano a loro modo di metrica e “stonature” del mai troppo rimpianto diamante pazzo Syd Barrett. Forse un po’ troppa carne al fuoco, quindi, ma dove le idee non mancano basta aspettare un po’ per vederle fiorire al meglio.

Andrea Manenti