«Do you Still Love Me?», chiede la voce di Ryan Adams nel primo brano del suo ultimo lavoro in studio, “Prisoner”. Si apre pieno di rabbia sofferta, come il ringhio di un predatore ferito che non ne vuole sapere, che non può arrendersi. Ma i bracconieri del divorzio lo circondano, lo hanno umiliato e schiacciato, come dice lui stesso: e il disco è la proiezione di questa gabbia, solo dolorosa e solo sua (e che quindi merita il rispetto di essere lasciata lontana da paragoni o accostamenti con altri artisti e suoni).

La separazione dalla collega Mandy Moore è stata troppo sofferta e pubblica per non lasciare cicatrici e catene nell’animo sensibile e complesso di Adams. E infatti Prisoner è la traccia che titola l’album: malinconica e consapevole di un legame indissolubile e criminale perché uccide, conscia dell’impossibilità di dimenticare o lasciare alle spalle quel riflesso costantemente presente nello specchio della vita. Il country fondato su armonica e batteria di Doomsday e quello più sulla chitarra ma condito da tocchi rock di Haunted House sono solo modi diversi di affrontare questo punto, intorno al quale vortica tutto il disco, e non riesce a spostarsi. Così come la commovente dichiarazione di mancanza di Shiver and Shake, arrampicata su due accordi sporcati da riverberi e amplificatori, o di To be without you, o ancora di Tightrope. La dolce chitarra acustica di Breakdown accompagna la voce di «un’anima che ha perso il controllo», che ha «un dolore nel petto, che rotola tra le pile di ossa come in una piccola scatola» come canta in Outbound train.

Un disco di amore finito, di un legame tra due anime spezzato e Broken Anyway, che si conclude con We Disappear, noi scompariamo: scompariamo nei silenzi, nelle parole rinfacciate, nei ricordi così vivi da poterli toccare. Un diario segreto fatto pubblico, così come lo è stato il loro amore e ancora di più la sua fine. Un disco privato, che trasuda pena e crisi in ognuna delle 12 tracce. Un modo per ricordare il passato e non sprofondare nel paludoso presente, attraverso testi meravigliosamente sofferenti e melodie che a volte li sorreggono e altre tentano di dargli la forza per una svolta, incuneandosi con potenza più rock.
Speriamo, per lui, che non sia destinato a ripetersi. Perché quello che emerge, accecante e fulminante, è il cuore di Ryan «accartocciato come una pallina di carta». Che fa stringere anche il nostro.

Giulia Zanichelli