Gli Okkervil River sono forse la più stramba fra le band nate nella seconda metà degli anni Novanta, catalogabili come alternative country. Se infatti il genere di riferimento è a tutt’oggi quello, la band di Meriden, New Hampshire, ha saputo nella sua ormai ventennale carriera incorporare varie sfumature, prima fra tutte l’amore per il brit pop intelligente e sfacciato dei Pulp di Jarvis Cocker.

“In the Rainbow Rain” arriva dopo due lavori estremamente diversi, ma entrambi significativi: il concept circense “The Silver Gymnasium” del 2013 e la rinascita intimista del leader Will Robinson Sheff in “Away” del 2016. Questa volta gli Okkervil River mescolano gli influssi dei due precedenti lavori, non disdegnando riprese dal passato prettamente statunitense dei primi album.

Almeno tre nuovi classici: l’inno The Dream and the Light, con tanto di ritornello da cantare a squarciagola e il finale affidato a un sax di spreengsteeniana epicità, pur lontanissimo (volutamente?) dal timbro immortale di Clarence Clemons; l’anthem Pulled Up the Ribbon, decisamente rock, che vede il risveglio della chitarra elettrica, strumento poco utilizzato negli ultimi anni della band; e il singolo Don’t Move Back To LA, brano quasi gospel, in cui la voce di Sheff raggiunge livelli emotivi altissimi, da brividi.

Il resto dell’album viaggia su coordinate più tranquille, ma non per questo meno affascinanti: la ballata malinconica Famous Tracheotomies apre la tracklist crescendo pian piano, come se fosse il Bolero di Ravel; Love Somebody è pop quasi da FM americana di pregevole fattura; How It Is alt-country futuristico dal ritmo sintetico. In Shelter Song, Sheff veste a suo modo i panni del crooner notturno, mentre in External Actor quelli da istrione da saloon. Tranquilla, quasi ancestrale, è Family Song, così come la lunga e intensa ballad conclusiva Human Being Song. L’ennesima dimostrazione di classe.

Andrea Manenti