PrintTornano a tre anni di distanza dal precedente, bellissimo ed eccessivo “The Silver Gymnasium” gli Okkervil River, un ritorno e un cambianmento, anzi letteralmente stravolgono alcuni dei punti cardini del passato lavoro per poter così stabilirne di altri più ancorati al passato, loro e della musica americana tutta. David Bowie è morto, Lou Reed pure, via quindi i lustrini e i vari gigioneggiamenti, il tutto a favore di una ripresa del folk più puro e acustico condito a volte ovviamente con il suo cuginetto il rock’n’roll. Unico punto di contatto con “l’argenteo ginnasio” l’amore spassionato per Jarvis Cocker, qui intuibile nei due brani più movimentati del lotto: “The Industry” e “Mary on a Wave”. Ma andiamo con calma: l’inizio è una dichiarazione d’intenti fin dal titolo “Okkervil River R.I.P.” ed è qui infatti che un certo suono muore, ma muore per rinascere dalle ceneri di una chitarra acustica, un pianoforte ed una voce toccante e sofferta. “Call Yourself Renee” non aumenta i ritmi, ma aggiunge archi strazianti che fanno dell’incipit del brano uno dei più belli dell’anno, mentre “Comes Indiana Through the Smoke” e “She Would Look for Me” hanno semplicemente melodie bellissime ed appassionanti. Un discorso a parte lo meritano invece “Judey on a Street”, cavalcata quasi springsteeniana, e soprattutto “Frontman in Heaven” dove il Dylan di “Blonde on Blonde” sembra magicamente rivivere. La conclusione è affidata alla scarna e delicata “Days Spent Floating (In the Half Between)”.
Un graditissimo ritorno.
Andrea Manenti