liarsI Liars sono una delle band del nuovo millennio dal percorso più affascinante e strano. Partiti con il punk-dance dell’esordio “They Threw Us All in a Trench and Stuck a Monument on Top”, interessatisi all’occultismo stregonesco in “They Were Wrong, So We Drowned”, virati al minimalismo ritmico di “Drum’s Not Dead”, conosciuta l’anormale normalità di lavori come l’album omonimo e il successivo “Sisterworld”, hanno raggiunto infine una decisa svolta elettronica con “WIXIW” e “Mess”. Poi, a partire dal 2014, il dissanguamento che ha lasciato solo il leader Angus Andrew, abbandonato dai compagni di band Julian Gross ed Aaron Hamphill, ha portato alla nascita di questo “TCFC”, album dall’orrenda copertina (raffigurante un solitario Andrew in abito da nozze, quelle finite con i compagni di band) e dall’animo intimista.

Undici canzoni in cui il cantante australiano, tornato in patria dopo averla abbandonata a inizio carriera per il fascino di metropoli come New York, Berlino e Los Angeles, scava in se stesso e lo fa utilizzando un’originale chiave elettronico-acustica. Umori alla Nick Cave ultimo periodo (Ripe Ripe Rot), nenie alla Radiohead d’inizio millennio (Face To Face With My Face), ballate degne del miglior Matt Elliott (l’apripista The Grand Delusional), bordate sintetiche (Coins in My Caged Fist), ma anche uno dei brani più squisitamente pop dell’intera carriera del nostro (No Tree No Branch), ci portano fino alla conclusione della strumentale Crying Fountain, canzone dall’atmosfera onomatopeica (sembra veramente di sentir singhiozzare l’acqua d’una fontana) e svelatrice dell’acronimo dell’intero album (“Theme from Cryng Fountain”, appunto).

Andrea Manenti