fbpx

Kurt Vile – (Watch My Moves): Recensione

kurt vile 2022

Kurt Vile è uno degli artisti contemporanei più facilmente riconoscibili. Come in passato avveniva per i Ramones o i Motorhead, anche il chitarrista di Philadelphia è fedele al suo timbro. Un sound talmente forte e personale che a un certo punto della carriera lo ha costretto ad andarsene dalla band che aveva contribuito a portare al successo, i War On Drugs. Uno stile probabilmente nato da un amore enorme per la costruzione testuale di Lou Reed e per le lungaggini chitarristiche di Neil Young, ma che velocemente ha superato la mera copia degli ispiratori a favore di un marchio che è solo e unicamente di Kurt Vile.

Compra il disco su Amazon

Raggiunta questa maturità musicale con la doppietta di album “Wakin On a Pretty Daze” e “B’lieve I’m Goin Down”, rispettivamente del 2013 e del 2015, con il precedente lavoro “Bottle It In”, di quattro anni fa, Vile ha iniziato una nuova fase artistica, quella del perfezionamento a discapito della novità. Anche in questo “(Watch My Moves)” ci troviamo di fronte a un album maturo ma con pochissime novità e, dove vi sono, queste sono relegate per lo più all’arrangiamento dei brani.

Potrebbe sembrare un po’ poco, invece sono proprio queste sfumature a rendere più che gradevole l’ascolto di questo nuovo album: la povertà piano – voce dell’opener Goin On a Plane Today, l’effetto reverse continuo per l’intera Palace of OKV in Reverse, i suoni sintetici che guardano leggermente ai Tame Impala di Like Exploding Stones, la grinta alternative di Fo Sho, l’ipnotismo strumentale di Kurt Runner, la conclusiva ballad acustica Stuffed Leopard. Kurt Vile è così. O lo si ama o lo si odia. Certo che odiarlo risulta proprio difficile…

Andrea Manenti