Milano, 18 novembre 2017

In modo ragionevole si può parlare del live dei The War On Drugs al Fabrique di Milano come un’impresa pienamente riuscita. Non era del tutto scontato. Non più solo per un pubblico di nicchia, come conferma la lunga fila per il ritiro biglietti, la poetica della canzone americana su cui scommette il gruppo di Adam Granduciel è in grado di far appassionare anche un pubblico più ampio e non necessariamente di fedelissimi.

L’opening act della serata è affidato ai The Barr Brothers, fratellini canadesi che hanno l’arduo compito di intrattenere con un folk piacevole coloro che sono accorsi presto e in fremente attesa per suoni ben più corposi. Andrew e Brad Barr dedicano il loro set a Malcolm Young, mancato solo poche ore prima, e salutano la sala già riempita quasi nella sua interezza.

Dopo che il palco è stato montato a puntino, alle 21:30 spaccate ecco arrivare Adam: i capelli selvaggi, la camicia a quadrettoni come divisa d’ordinanza. Appena attaccano con In Chains è impossibile allontanare gli occhi dal palco. Basta davvero solo il piano per far trasalire tutta la sala. Dalla prima fila c’è anche chi ha preparato un cartellone che tiene ben alzato.

Baby Missiles è un autentico pezzo di storia per i War On Drugs, ma è con le prime note di Pain, un altro assaggio da “A Deeper Understanding”, che ammaliamo i presenti e rimarcano la strada presa con l’ultimo disco. Uno dei pezzi più belli del loro set, se di bello si può parlare quando ci si approccia a un gruppo di questa portata, che “bello” pare solo limitativo e poco convincente.

È una cavalcata furente (Nothing To Find, Buenos Aires Beach, altra gemma estratta dal repertorio, questa volta da “Wagonwheel Blues”) alla ricerca della bellezza e del dolore più puro quella che mettono in scena, in grado di spalancare scenari e varchi temporali, che sembra incredibile trovarsi appena a Milano. In un baleno le luci si abbassano e colorano di rosso carminio gli strumenti e tutto ciò che si trova sul palco per abbracciare finalmente Red Eyes. Con Thinking Of A Place le melodie tornano infinite, ma la cosa incredibile è che il ritmo scorre normalissimo, come se più di undici minuti per un solo brano si sentissero ovunque di questi tempi.

Il live prosegue di nuovo a passo ben sostenuto, rendendo le interruzioni tra un pezzo e l’altro appena percettibili. Per questo vederli all’opera è uno spettacolo puro. Gli applausi, naturalmente, si sprecano. Le chitarre imbracciate da Granduciel non si contano. Questi mostri di Philadelphia sanno davvero fare il loro mestiere. Si sente quanto questo spettacolo sia stato curato fino al dettaglio e dà vita a una narrazione autentica che ci tiene a scavare in profondità.

Guardare Adam Granduciel suonare è ipnotico, è un alchimista nel suo elemento che per tutta la durata del concerto si lascia sfuggire solo qualche rapido “Thank you”, intento a proporre un sound totale e totalizzante. La terra bruciata e le strade polverose, ma con le chitarre. Si sente tutto benissimo. Queste sonorità pregne di malinconia hanno insito quel tipo di dolore che ti porta ad amarli ancora di più, a volerne sempre di più. Loro, di tutta risposta, non si risparmiano (Holding On, Lost in The Dream, Under The Pressure). Lost in The Dream, appunto, è più che un ricordo sbiadito nelle menti del pubblico: i suoi pezzi rincorrono quelli di “A Deeper Understanding” per tutta la lunghezza del set e trovano la loro dimensione nel finale perfetto.

Lo spettacolo dei War On Drugs si deve però chiudere, dopo due ore piene e un encore, e You Don’t Have To Go viene designato come pezzo del commiato. Lasciando il Fabrique, l’unico pensiero che rimane è che questo spettacolo abbia più che mai senso di esistere, soprattutto se dalla tangenziale perfino la Pennsylvania sembra raggiungibile.

Caterina Gritti