
Stando a promoter e gossip, questo sarebbe dovuto essere il disco del cambiamento per Courtney Barnett: una nuova relazione, una nuova etichetta, una nuova città. In vertità, nonostante questo cambiamento venga almeno accennato a livello lirico, dal punto di vista musicale “Creature of Habit” non si discosta molto dai precedenti lavori della musicista australiana.
Fra cantautorato e slacker rock, i punti di riferimento principali sono ancora il Lou Reed più radiofonico dei seventies, lo stile chitarristico dell’amico ed ex collaboratore Kurt Vile (se non l’avete mai ascoltato andatevi a recuperare il gioiellino “Lotta Sea Lice”, frutto della loro sinergia) e qualche appunto inaspettato all’interno di una trama altrimenti facilmente prevedibile.
Nonostante ciò, questo quinto album di Barnett è un ottimo prodotto composto da dieci belle canzoni. Da citare almeno l’inaspettato (a dispetto del titolo) synth di Same, la collaborazione con il basso di Flea dei Red Hot Chili Peppers nel singolo One Thing at a Time, l’iniziale riff distorto dell’apripista Stay in Your Lane e la conclusiva ballad piena di speranza Another Beautiful Day.
Andrea Manenti

Mi racconto in una frase: insegno, imparo, ascolto, suono
I miei 3 locali preferiti per ascoltare musica: feste estive (per chiunque), Latteria Molloy (per le realtà medio-piccole), Fabrique (per le realtà medio-grosse)
Il primo disco che ho comprato: Genesis “…Calling All Stations…” (in verità me l’ero fatto regalare innamorato della canzone “Congo”, avevo dieci anni)
Il primo disco che avrei voluto comprare: The Clash “London Calling” (se non erro i Clash arrivarono ad inizio superiori…)
Una cosa di me che penso sia inutile che voi sappiate ma ve la racconto lo stesso: adoro Batman
