Nove tracce di ottima musica, per questa ennesima prova di Steve Gunn, chitarrista della backing band di Kurt Vile: canzoni frutto di maestria artigianale, non solo di buon mestiere e professionalità, ma anche di una spinta emozionale autentica. “The Unseen In Between” raccoglie composizioni ben suonate, ben arrangiate e ben registrare, che mantengono però una freschezza selvaggia, risultato non banale considerato che a volte questa componente viene a mancare proprio nei prodotti dove la professionalità e la maturità soffocano la voglia di buttarsi oltre l’ostacolo.

Musica evocatrice di paesaggi ampi e colorati, americana a 360 gradi, con radici profonde nel folk rock acido e nel country rock degli anni ’60 e ’70, e con rami che, con raffinata umiltà e senza pedanteria, si allungano a toccare i frutti del suono chitarristico da radio FM, del power pop degli anni ’70 e di certo indie anni ’80, dalle parti dei Replacements per capirci.

Il file rouge seguito è quello che da Dylan arriva da M Ward, passando per Creedence Clearwater Revival e Big Star, ma il gusto per i suoni riverberati e la capacità di recuperare tutte le sfumature all’interno di una palette a suo modo limitata, e di mischiarli in accostamenti cangianti, produce spesso un brivido ovattato e psichedelico, come dei Grateful Dead privati della parte oscura della loro poetica. Senza dimenticare un gusto accentuato per l’arpeggio, che conferisce una naturale eleganza quasi accademica all’insieme.

Nel dettaglio delle tracce, potrete deliziarvi con New Moon, uno swamp rock addolcito dal cantato rilassato e impreziosito dalle pennate di 6 corde in riverbero; cavalcare ad occhi chiusi con Vagabond e Luciano, che ricordano il country folk degli America, con una melodia facile e accattivante che va a colpo sicuro; o farvi cullare da Chance e Stonehurst Cowboy, dove l’opzione country viene invece rivisitata in chiave pop sofisticata a dispetto dell’opzione roots, ma senza perdere in immediatezza e populismo da ballata americana.

E poi c’è New Familiar, che riprende in parte il tono gotico rurale della prima traccia, ma lo fa con un scintillio allegro di chitarre vagamente lisergico, una prova che potrebbe ricordare anche certe canzoni scritte da John Fogerty; Lightning Field, scintillante come la traccia che la precede ma ancora più regolare nell’incedere e raffinata nell’arrangiamento della melodia portante della chitarra; Morning Is Mended, la traccia più pacata dell’album, un jingle jangle senza batteria a supporto; e la finale Paranoid, costruita attorno a piano e voce con una cadenza quasi glam. Un disco semplice ma non banale, connotato chiaramente nella sua identità, ma godibile anche per chi è abituato ad altre sonorità.

Alessandro Scotti