Una Cappuccetto Rosso in mezzo a un bosco surreale e spinoso, che affronta senza paura un viaggio sonoro e sperimentale. Dopo circa tre anni da “Have You In My Wilderness”, e rivolto in tutt’altra direzione, Julia Holter torna, sorprendente e fulminante, con “Aviary”, il suo nuovo disco uscito per Domino.

Holter, dopo più di dieci anni di fedele attività musicale, poteva proseguire la strada del successo pop che il precedente disco le aveva spianato: e invece no. Si gira, si guarda attorno, alza gli occhi e si inventa un nuovo universo sonoro. La miglior descrizione e sintesi di “Aviary” l’ha fornita lei stessa: «La cacofonia della mente in un mondo che si sta liquefacendo». Definizione che si ispira a un verso di una short story di Etel Adnan: «Mi sono trovata in una voliera piena di uccelli stridenti». Ispirazione primaria e di hitcockiana memoria per il concept del disco.

E infatti, si susseguono perfettamente fluide e connesse 16 tracce, un’ora e mezzo di musica che è un frullare di suoni, un volìo incessante di mille strumenti che fanno da base alla declamazione quasi teatrale della cantautrice statunitense: synth, archi stridenti, percussioni in libertà, una tromba e una cornamusa, amalgamati in sorprendenti abbinamenti.

Con la sua instancabile penna sonora, Julia disegna paesaggi sonori inesplorati e non certamente agili da raggiungere: solo un orecchio attento e appassionato troverà l’energia per volerli svelare.

La lettura concettuale e intellettuale che fa Holter della musica è palese già da un po’, e non esita a emergere anche qui, in questo piccolo capolavoro complesso, immaginifico e ambizioso, che le permette di inserirsi sempre più a pieno titolo in tutto quel girone di cantautorato femminile sopra e oltre le righe canoniche, dove possiamo includere nomi storici come Bjork a nuove sorprese come Any Other.

“Aviary” nasce da una ricerca ambiziosa e labirintica, che scava nella storia musicale e ne delinea nuovi confini, che segue rotte irregolari e in apparenza improvvisate. La songrwriter dimostra una maturità artistica che va ben oltre i suoi 33 anni, una saggezza e un livello di ricerca intellettuale non categorizzabile in base all’età. Genio e sregolatezza si fondono in un’unica, grande opera concettuale che mescola picchi e distese, enormi complessità ad attimi più distensivi: Words I Heard è una ballata palliativa tra le mille intarsiate schizofrenie artistiche che si ispirano tanto al Medioevo quanto al massimalismo novecentesco e all’art-pop; il ritmico synth e la voce cadenzata di Whether sono base per volteggi strumentali in picchiata; la morbida Voice Simul culmina in un caos dionisiaco, per poi rimpicciolirsi e placarsi.

Julia Holter ha un dono, quello di Creare e Rinnovarsi: e ha scelto di farlo fruttare, di partire dalla sua Los Angeles e provare a toccare l’infinito. E, rinchiusa nella sua voliera, riesce ad essere più libera che mai, a scovare il fascino della confusione universale. “Aviary” esce indiscusso vincitore in un’impresa in apparenza impossibile: quella di fondere ordine e caos in una musica affascinante, sofisticata e sensoriale al tempo stesso.

Giulia Zanichelli