Zac Carper e amici sono ancora vivi. E non è una metafora, bensì una notizia. Perché i Fidlar hanno per anni scherzato con la Santa Morte, tra abusi di alcol, droga ed eccessi di ogni tipo. Pare si siano pure dati una mezza calmata: sia chiaro, sfido chiunque ad ammettere che non li vorrebbe a un festino in casa organizzato al solo fine di divertirsi, sballarsi e scalmanarsi. Meglio se organizzato nella casa del peggiore amico, magari: perché con i Fidlar si rischia, alla fine dei giochi, di non ritrovare più qualche porta. O peggio, il gatto.

Ma dicevamo che i ragazzi californiani si sono dati una mezza calmata, sembrerebbe. Strana sensazione, la sobrietà. Strana esperienza, la lucidità. Siano queste almeno parziali. E con il rarefarsi dei fumi di alcol e droga da sangue e cervello, succede pure che Zac e soci si trovino ad allargare il ventaglio sonoro e flirtare con generi musicali che forse non ci saremmo del tutto aspettati: si parte quindi da Get Off My Rock, che è più di un richiamo ai Beastie Boys di Sabotage (già omaggiati qualche anno orsono, con dedica allo scomparso Adam “MCA” Yauch), per proseguire con pezzi come Can’t You See o Flake, che sono incursioni nel mondo del blues rock, passando per il cazzeggio acustica in mano e dall’animo pop di By Myself.

Giusto appunto: dietro ad un abito sonico che cambia, ci sono ancora testi rabbiosi, incisivi, provocatori, dissacranti, ironici o di turbolenta denuncia alle convenzioni sociali. Perché si può essere meno incendiari, ripulirsi un attimo e limitare l’indole (auto)distruttiva, ma il DNA, quello no, non può cambiare. Eccoli quindi ritornare su territori “amici” con Alcohol, un vero e proprio inno che strizza l’occhio all’hard rock e a Highway to Hell, per poi sbandare ancora e deviare sul jazz più cinematico della title track Almost Free, nel rock più fine anni ’70, rotondo e meno minaccioso di Scam Likely o di Called You Twice (che vede la partecipazione di K. Flay), e tornare a urlare a squarciagola con lo fiammata stoner di Nuke, prodromica al bellicoso inferno sparatoci davanti da Too Real.

Si abbassano i volumi, si rallenta la marcia, si spazia nei generi, ma il personale Zeitgeist dei Fidlar pare essere sempre il solito: Kick ne è il manifesto, il corredo fusion di Thought, Mouth non ne nasconde l’intrinseca conferma.

“Man, times are changing”, chiosano i Nostri con la chiusura di Good Times Are Over: i tempi stanno cambiando, i bei momenti andati. E i Fidlar di Almost Free sono liberi dalle dipendenze, dagli abusi, dagli eccessi. Liberi di mettersi indumenti puliti e fare musica. E così probabilmente piaceranno parecchio meno a pochi, ma un po’ di più a tutti.

Perché i Fidlar ora sono quasi liberi. Quasi. Forse. Magari per un po’. Magari fosse solo per un po’?

Anban