I Deerhunter hanno sempre (o quasi) suonato pop, a volte più alternative, a volte più sghembo, altre volte più onirico. Per questo ottavo album la strada scelta è quella di un pop psichedelico di chiara matrice sixties. Padri tutelari delle dieci canzoni in scaletta sono i Beatles e i Pink Floyd dell’era Barrett. Lo strumento chiave sono le tastiere e non più le chitarre come nei loro più osannati lavori.

Non si tratta di semplice revival, comunque. Ogni brano infatti è prepotentemente Deerhunter, grazie al grande talento di un personaggio quale lo sgraziato ma magnetico Bradford Cox. L’opener, nonché primo singolo, Death in Midsummer, segna la via fra ricami pianistici, assoli lisergici e ottime melodie. La formula viene quindi ripresa in altre piccole gemme quali la successiva No One’s Sleeping o What Happens to People?.

Element è maggiormente british, mentre Futurism è in un certo modo più classica, forse come la band di Atlanta non lo è mai stata. Capitolo a parte sono Détournement e Tarnung, due composizioni essenzialmente ambient, la prima ancora con possibilità di allacci ai Sessanta (tardivi), soprattutto alle primissime composizioni spaziali degli Hawkwind, la seconda più vicina a certe sperimentazioni fatte molto più recentemente da artisti islandesi come múm o Sigur Rós.

Non si possono non citare Greenpoint Gothic e Plains: un vero e proprio tuffo negli anni Ottanta. La prima omaggia i Cure e la loro luce nel buio, la seconda i Talking Heads e la loro ritmicità tribale. Non è però ancora finita, l’album si chiude infatti con quello che è probabilmente il vero capolavoro di questo disco: Nocturne, malata e sofferta, con quella voce che cerca in ogni modo di emergere, pura emergenza emozionale.

Un album non facile, ma ricco di buoni spunti e di qualche diamante.

Andrea Manenti