Superata velocemente la “delusione” di non trovarsi di fronte al disco reggae dei Bright Eyes (il singolo 1st World Blues aveva fatto supporre proprio questo), l’ascolto di “Kids Table”, EP di otto canzoni pubblicato a solo un anno di distanza dal bellissimo “Five Dice, All Threes”, regala ancora una volta una band in stato di grazia.

Sin dall’introduzione, «Are you a good boy? No, it’s not my nature. I’m a problem child», pronunciata durante i primi secondi della title track, si intuisce che ci si ritroverà davanti un album a tinte umorali scure, in cui la tristezza così tante volte e così bene ritratta da Conor Oberst e soci, è protagonista.

Nonostante questo, non si può parlare di un’opera monotona. Convincono infatti il riff pianistico di Kids Table (con Hurray for the Riff Raff), la già citata 1st World Blues, che sembra uscita da un album solista di Tim Armstrong, e la strumentale straziante It Always Feels Good and It Never Hurts.

Carins (When Your Heart Belongs to Everyone) e Sharp Cutting Wings (Song To a Poet), ballad più propriamente folk e meno sperimentali, portano letteralmente alle lacrime. Esaltano infine la dolcezza di Dyslexic Palindrome (anche questa con Hurray for the Riff Raff) e l’epicità della conclusiva Victory City.

Andrea Manenti