friends_white_lies“Friends” è il quarto aIbum dei White Lies, band londinese capitanata da Harry McVeigh e autocertificata come post- punk e indie-rock, che con questa incisione riporta in auge uno spirito new wave dai più perduto e dimenticato, peccato o per fortuna a seconda dei casi.
A parte il geniale trucco di mercato per procrastinatori seriali costruito sul loro sito ufficiale (quanti minuti della mia vita persi a percorrere con il mio omino avatar il labirinto della copertina del disco), l’ultimo lavoro del gruppo britannico si ascolta pacificamente, senza grandi scosse né entusiasmi. Non è un album di svolta, né tantomeno uno di quelli a effetto sorpresa, ma è un lavoro ben costruito su un preciso tema e un impiego del mezzo musicale che lo rende orecchiabile e richiama alla mente altri nomi e altre operazioni artistiche. Che questo sia un bene o un male, ai posteri ascoltatori l’ardua sentenza.
Le tracce sono gradevolmente pervase da un sentimento tutto synth e tastiera anni ’80, alcune con un’iniezione elettronica imperante e altre più ricollegate al loro sound tradizionale. Suono che comunque, dal primo disco a questo, ha subito una trasformazione importante, con innesti sconosciuti ai lavori precedenti e richiami che lo rendono più marcatamente pop nel senso di popolari e “digeribili” (emblematiche Hold Back Your Love oppure Don’t Fall).
Un disco tutto disco. E questa agghiacciante battuta forse ne rispecchia appieno la natura: già sentita ma sempre pronta a riemergere, già affrontata con un sorrisino compassionevole e incoraggiante per poi essere velocemente dimenticata o rimossa in fretta e furia, tranne che dai veri appassionati di tristi freddure.

Giulia Zanichelli