“Non buttiamoci giù” è un famoso libro di Nick Hornby, scrittore pop per eccellenza, nel quale i quattro protagonisti, conosciutisi all’ultimo dell’anno su un tetto dal quale avrebbero voluto lanciarsi per togliersi la vita, continuano a procrastinare il da farsi diventando man mano sempre più uniti. Ad un certo punto i quattro decidono di creare un gruppo di lettura, ma non funzionando iniziano ad ascoltare dischi di musicisti morti suicidi. La prima scelta cade su Nick Drake ed evidenzia le differenze fra i quattro.

Ora io mi chiedo cosa sarebbe successo se invece avessero scelto di concentrarsi su chi ce l’avesse fatta ed avessero quindi ascoltato questo “Black Album” dei Weezer. Poco dopo l’uscita di “Pinkerton”, sopraffatto dalle critiche negative come dallo scarso riscontro di pubblico, Rivers Cuomo si chiuse infatti in una grave depressione dalla quale solo la musica l’avrebbe fatto uscire. Zombie Bastards, seconda traccia in scaletta di quest’ultima fatica, potrebbe essere un chiaro riassunto di quel periodo: i pensieri neri che continuano a tornare (gli zombie bastardi) devono morire e infine muoiono grazie alla musica. La musica che “saved my life”.

Ascoltando le dieci canzoni di questa nuova fatica, probabilmente i quattro di cui sopra si sarebbero sentiti d’accordo sul giudizio da darne: sia la “schizzata” e poco acculturata Jess, sia il vip decaduto di mezza età Martin, sia il rocker JJ, sia la spirituale e sensibile Maureen. Il quattordicesimo album degli Weezer segna infatti il ritorno in carreggiata, nonché un inno alla rinascita da parte della band californiana.

Dopo due strike miseramente falliti (“Pacific Daydream” rimarrà probabilmente il punto più basso dei nostri e il “Teal Album” altro non è che un’inutile raccolta di cover), Cuomo e compagni tornano finalmente a centrare tutti e dieci i birilli, pur scegliendo per questo una strategia spesso lontana da quello a cui ci hanno abituato.

Ci troviamo davanti a un album dai suoni smaccatamente pop, ma questo non dà fastidio perché le melodie qui presenti sono fra le migliori del gruppo losangelino. I due singoli Can’t Knock the Hustle e High as a Kite mostrano due aspetti diversi della band: il primo è un mix irresistibile fra Michael Jackson e motivi messicani, il secondo una grandiosa ballata beatlesiana. Cosa li unisce? Il fatto di essere belle canzoni e ciò è il comune denominatore che lega l’intero album, dal riff da party di Living in L.A. alla malinconica Piece of Cake, dalla chitarrina da spiaggia della già citata Zombie Bastards all’indie rock di I’m Just Being Honest, dal desert pop Too Many Thoughts in My Head all’epico racconto di The Prince Who Wanted Everything, dalla sintetica filastrocca Byzantine alla conclusiva California Snow, risveglio post rave su una spiaggia west coast.

It’s Only Pop Music, but We Like It! Chi invece non fosse così preso dal nuovo corso, a quanto pare non deve far altro che aspettare ancora un poco. Come vi spieghiamo qui, infatti, gli Weezer stanno già lavorando a due nuovi dischi: uno dall’anima più pianistica, l’altro smaccatamente chitarroso.

Andrea Manenti