Ty Segall, unico vero erede nel mondo garage rock del prematuramente scomparso Jay Reatard (sempre sia lodato), si toglie la maschera dopo l’avventura con i Muggers dello scorso anno e lascia da parte la sperimentazione schizzata dell’ultimo lavoro. Il nuovo omonimo album, nonché decimo album solista in dieci anni (nel frattempo anche decine di lavori presentati con altre sigle, in compagnia di altri musicisti o in altre formazioni), presenta le due anime migliori del folletto di Laguna Beach, quest’anno tra l’altro trentenne: quella più acustica e cantautorale e quella più distorta e fracassona; forte anche l’influenza hard rock maturata con i Fuzz fra il 2013 e il 2015.

Il disco si apre con il power rock del singolo “Break a Guitar”, chitarre distorte, bella melodia e fuzz come non si sentiva dagli albori grunge di una band come i Mudhoney; si prosegue poi con “Freedom”, pulita, sbarazzina e ancheggiante nel suo ritmo sostenuto, per poi tuffarsi nella suite di più di dieci minuti di “Warm Hands (Freedom Returned)”, sostanzialmente tre brani in uno iniziando il tutto con una poppeggiante introduzione che man mano si riempie di distorsioni e prende velocità per concludersi in piena psichedelia. “Talkin’” è blues bianco, di quello che Eric Clapton non riesce più a scrivere da decenni, “The Only One”, soprattutto nel finale, riscopre persino il metal più pesante e virtuoso, “Thank You Mr. K” ed il suo intramezzo di piatti rotti invece il punk. Giunge il momento del singolo già edito a novembre “Orange Color Queen” e si gode di un’atmosfera beatlesiana, mentre “Papers” e “Take Care (To Comb Your Hair)”, pure se costruite su ottime intuizioni, cadono un po’ troppo in ritornelli alla Foo Fighters. In ogni caso a Ty si perdona facilmente un finale mezzo falso come questo ed anzi si apprezza la furbata di concludere il lavoro con un “Untitled”, che altro non è che l’accordo iniziale di “Break a Guitar” che, messo lì così, praticamente ci obbliga a ricominciare l’ascolto, ancora ed ancora.

Andrea Manenti