Quante vite ha avuto Jean Pierre Léaud? Più di un gatto, artistiche, fittizie, reali. Dopo essere stato Antoine Doinel, alter-ego di Truffaut e dopo aver recitato con i registi più influenti della Nouvelle Vague oltre che nel meraviglioso “Ultimo tango a Parigi”, ha goduto del ruolo di mito, e ha saputo scegliere progetti originali e di qualità. Uno di questi non, proprio recente, che non lo vede ancora appesantito e con capelli troppo tinti come con lucido da scarpe, è “Ho affittato un Killer”, film di Aki Kaurismaki del 1990.

Un giallo atipico, nel classico stile del regista finlandese, che unisce attori e suggestioni anglo- francesi alla propria algida e poetica mano scandinava. Léaud è perfetto, nella parte inespressivamente irresistibile di un uomo braccato dall’assassino che egli stesso aveva ingaggiato per ucciderlo. Ma il destino cambia le carte in gioco, le mescola ed Henri Boulanger pesca la regina di cuori, che lo salverà dalla solitudine e dall’oblio. In questo noir malinconico gli eroi sono gli ultimi, sconfitti che rinascono grazie all’amore, che spesso Kaurismaki sembra vedere come unica via, felicità, magari in compagna di un cane sotto al tavolo e di un vaso di fiori rossi.

Rispetto ad altri lavori del regista “ho affittato un killer” ha una storia più intricata ed è a mio parere il suo film più riuscito, nonostante il suo cinema sia tutto meraviglio, sognante e poetico. Non c’è, come quasi sempre accade, la propria famiglia di attori ed è, forse anche per questo il suo film dalla struttura più classica, ma non meno autoriale.

L’imperturbabile Henri, cui accade di tutto, come se fosse un Candido moderno, proletario e disperato, non poteva che essere interpretato da Léaud, che nella fuga dalla morte ricercata scopre di aver ritrovato la voglia di vivere. Immancabili come in tutti i film di Kaurismaki le canzoni, non in finlandese, con malinconici e poco espressivi cantastorie, ma in questo caso si avvalgono di Joe Strummer, che canta intona una ballata (bellissima) e chiude il film con le note dei titoli di coda. L’effetto di stranezza e di straniamento è così completo, ma quanta bellezza in soli 97 minuti.

Il Demente Colombo