L’ex Pavement Scott Kannberg sembra uscito da un’eucronia kennediana: dotato, ma non di un talento fuori dagli schemi; riformista, ma non radicale; potrebbe essere il Forrest Gump di un mondo in cui il politicamente corretto (con tutto il bene che si può pensare) è sopravvissuto ad attentati e a scandali tipo Monica Lewinski, per manifestarsi in musica con un canzoniere degno di Johnatan Richman, ma con qualche spruzzata soul o di altre erbe aromatiche sparpagliate qua e là.

Andando nel dettaglio, la spina dorsale di quasi metà della tracce è un 4/4 serrato, black ma duro, un po’ northern soul, un po’ afro wanna be ma energico al punto giusto, su cui Spiral Stairs sovrappone spesso riff stoppati e arpeggi, oppure vocalizzi confidenziali come in Hold on, fiati alla Knock on wood come nella traccia eponima, arrangiamenti più floreali come in BTG o più da americana come in The Fool.

Il gusto per il riff stoppato è presente anche in Bordeline, dove la chitarra scimmiotta Start me up degli Stones, ma ovviamente senza la stessa carica lasciva della voce di Jagger a corredo. Anche Them cold eyes ha una velocità sostenuta, ma l’impianto è più da indie-rock istituzionale, mentre Fingerprintz, un pezzo rock con reminiscenza dada, e la sghemba Dear husband sono le sole canzoni che potrebbero ricordare il gruppo in cui per anni il nostro ha suonato con Stephen Malkmus.

Per completezza, ci trovate anche Diario, una ballata con chitarra in levare che fa tornare alla mente Billy Joel, e Swampland, uno strano ibrido un po’ doo woop un po’ electro. Se Joe Biden si candidasse alle primarie per le presidenziali USA potrebbe scegliere questo disco come colonna sonora della campagna, ma la Ocasio Cortez avrebbe probabilmente altre preferenze: a voi la scelta su dove posizionarvi.

Alessandro Scotti