Milano, 13 ottobre 2019

 

Da dove cominciare? Il bello dei Babyshambles era che a sostenere le bizze, le svisate e la genialità di Peter c’era sempre una sezione ritmica solida e sicura, in grado di accompagnare le canzoni dall’inizio alla fine, assecondare tutte le improvvisazioni, con il bassista Drew McConnell a fare da vero collante della band. Non è comunque mai stata questione di virtuosismo, nemmeno nel passato, questo si sa, si è sempre trattato di punk rock (e per fortuna!).

Il fatto è che la situazione attuale è un po’ diversa. L’estro del nostro preferito è sorretto da fondamenta un po’ traballanti e si fatica a coglierne le sfumature ingegnose, spontanee e creative in mezzo a troppa confusione. Nonostante tutto, il concerto è molto generoso, lungo e appassionato, molto incentrato sull’ultimo lavoro con i Puta Madres, uscito quest’anno. Le canzoni sono belle, Peter rimane senza dubbio uno dei più importanti autori della sua generazione. All At Sea è la perla grezza con cui inizia il concerto, che prosegue come una sorta di flusso di coscienza infinito e un po’ piatto, risvegliandosi in alcuni frangenti, come su Hell To Pay At The Gates Of Heaven, forte di uno dei versi più taglienti scritti negli ultimi anni: “Come on boys choose your weapon, J-45 or AK-47”. Fa venire la pelle d’oca immaginarselo mentre la canta alla riapertura del Bataclan, e un po’ ci scalda anche il cuore.

Quella di Milano, però, è una serata abbastanza fredda, a differenza della maggior parte delle prestazioni di Peter, che è solito trascinare con sé il pubblico, uno dei più fedeli in questo genere. Nel magma di suoni si riconoscono Who’s Been Having You Over, I Don’t Love Anyone e Kolly Kibber (l’ultima delle varie citazioni di Graham Greene della carriera di Doherty, in questo caso trattasi di un personaggio dello stupendo romanzo Brighton Rock). Non male quello che è uno dei pezzi più forti dell’ultimo disco: Paradise Is Under Your Nose (troppo facile qui il doppio senso), cantato assieme al chitarrista Jack Jones, frontman dei Trampolene, a seguito di un simpatico siparietto con un fan delle prime file.

La cover di Ride Into The Sun diventa una specie di medley, andandosi a scontrare con Don’t Look Back In Anger, esattamente come nel disco. Non mancano l’inevitabile pausa e alcuni brani con chitarra acustica, a volte in compagnia dei membri della band, forse un po’ a caso, in verità. I pezzi dei Libertines, Don’t Look Back Into The Sun e Time For Heroes, come sempre scatenano giuste urla di giubilo e soddisfazione, conducendoci verso l’ultima manciata di canzoni. Il live si conclude con una versione un po’ sottotono dell’eterna Fuck Forever, batteria mezza distrutta e abbracci sudati. In definitiva, per quelli come me, che hanno idolatrato Pete fin dagli inizi, è forse un po’ frustrante vederlo non al massimo dei suoi poteri. Però ragazzi, è sempre lui, resiste e lotta insieme a noi. In tempi di suoni elettronici ed anestetizzati abbiamo ancora bisogno di chitarre, poesia, sogni, Spleen et Idéal.

Carlo Pinchetti

 

 

PHOTO GALLERY

di Cinzia Zanette