Non sono mai stato un grande fan di Pete Doherty. Forse perché lo ritenevo solo un lurido ragazzino a cui piace scherzare con il fuoco, forse perché mi è sempre sembrato che preferisse mettere in primo piano l’apparenza, piuttosto che la musica. O forse perché negli anni d’oro dell’indie rock ho sempre spalleggiato la sponda americana, sventolando orgogliosamente la bandiera degli Strokes e rifiutando per partito preso la concorrenza. Adesso mi trovo di fronte “Hamburg Demonstrations”, nuovo album solista di un ormai consumato Pete e sono costretto a rispolverare la sua discografia.

Sono sorpreso, perché mi devo ricredere. Tutto quello che il nostro musicista-poeta maledetto ha sfornato, in primis con i Libertines e più avanti con i Babyshambles, è storia. E se è storia un motivo c’è: sono tutti ottimi lavori. Veri, soprattutto. Schietti, diretti, sinceri. La carriera da solista, invece, occorre sempre prenderla con le pinze. È naturale approcciarsi con un po’ di circospezione. Viene spesso da pensare che sia l’appendice dei tempi morti, che serva a rimpinguare le casse e a ricordare al pubblico che non si è usciti di scena, che si è ancora vivi. E Pete, sicuramente, sotto questo punto di vista, aveva bisogno di dare dei segnali. Non ha passato momenti rosei ultimamente, attanagliato dalla sua dipendenza dalle droghe, spesso ritratto in foto che non davano l’idea di una salute di ferro. Ma anche in questo caso, al di là di tutte le congetture che si possono ordire, penso di essermi sbagliato.

Penso che Pete dovesse scrivere. Che proprio ne avesse il bisogno. La musica fa parte della sua vita, è il suo pane quotidiano, la valvola di sfogo del suo animo tormentato. Ed è dunque tornato sulla scena con nuovi brani, scritti qua e là durante periodi di disintossicazione e registrati poi ad Amburgo (Hamburh Demonstrations del titolo, per l’appunto). Sono 11 tracce che mantengono i connotati individuabili in tutti i suoi lavori: semplici, sincere, dirette. Cantate in maniera sguaiata, con quella cadenza strascicata che ti fa pensare che Pete sia per lo meno sempre ubriaco. Sono forse leggermente più lavorate, prodotte e confezionate con maggior cura, ma pur sempre scevre da particolari fronzoli. Sono pezzi pop, orecchiabili e catchy, conditi, dal punto di vista lirico, da qualche citazione letteraria (l’altra passione del buon vecchio Peter) e, fatto curioso, da alcuni versi cantati in lingua tedesca o russa, per rimarcare e omaggiare le terre dalle quali proviene.

Si trattano temi delicati, come quello del terribile attentato al Bataclan (nella dylaniana “Hell To Pay At The Gates of Heaven”) o la morte dell’amica Amy Winehouse (nel riarrangiamento della già edita “Flags Of The Old Regime”). Le chitarre elettriche, dal timbro nasale e con la giusta punta di overdrive, ammiccano ai tempi che furono, quelli del buon vecchio indie-rock. Ma la maturità si sente, si percepisce il tentativo di raggiungere una maggiore sobrietà. Sobrietà che Pete ricerca nella musica così come nella vita. Lo ha da poco dichiarato, vuole ripulirsi del tutto e sembra poterci riuscire. È sulla strada giusta, si è appena esibito alla riapertura del Bataclan, qualche giorno dopo la prima di Sting, e adesso vuole suonare pulito anche davanti ai suoi confratelli britannici. Davanti al pubblico francese ha fatto una comparsata anche Carl Barat, suo amico di lungo corso e altra metà dei Libertines. Stando a quanto Pete ha dichiarato, ci sono le possibilità di una nuova reunion, e alla fine, dopo questa full immersion nel mondo Dohertyano, io ci spero davvero. Bravo Pete, sei riuscito di nuovo a farmi ricredere.

Alessandro Franchi