Milano, 29 novembre 2023

Peter Doherty è atterrato a Milano in una fredda mattina di fine novembre direttamente da Parigi, dove la sera prima aveva suonato a Le Trabendo. È la seconda volta nel giro di due settimane che il co-frontman dei Libertines viene in Italia: la prima tappa era stata a Firenze, a metà mese, per l’anteprima del documentario “Stranger in My Own Skin”, firmato dalla moglie e regista Katia De Vidas. La seconda, per l’appunto, è in uno dei locali più patinati del capoluogo lombardo, l’Apollo Club, dove i ragazzi di Dirty Mondays hanno organizzato il suo speciale set acustico.

Locali chic e documentari: due elementi che sembrerebbero fare da preludio a una vita nuova, a un cambiamento profondo. Non è così: se da un lato Doherty si presenta indubbiamente più lucido, composto e vivace rispetto a molte occasioni passate, allo stesso tempo a dare linfa vitale al suo show è sempre la stessa, inconfondibile, combinazione di sfrontatezza e disincanto.

In un orario che fa controllare due volte gli orologi a chi lo segue da un po’, Peter compare sul palco poco prima delle 21, per lasciare il palco a due fratelli, un poeta e un musicista, incontrati solo poco prima. È una delle classiche modalità di interazione dohertiana col suo seguito, retaggio del rapporto senza filtro avuto con le persone fin dai primi anni della sua carriera musicale: il sogno romantico di un superamento della distanza tra artista e pubblico, con la creazione di una “comunità artistica” più che di un fandom (i Libertines sono stati una delle prime band di sempre a comunicare con i propri fan tramite Internet). Un  sogno sempre più anacronistico, ma che, allo stesso tempo, dona subito alla serata un’atmosfera rilassata e confidenziale.

Poco dopo, Peter Doherty inizia il suo show acustico, che dura un’ora precisa: la scaletta dà spazio ad alcuni dei suoi pezzi migliori – come Fuck Forever, che, come dice lui stesso, esegue dopo anni perché, per qualche strano motivo, la collega immediatamente all’Italia – e diverse delle canzoni che hanno reso i Libertines una delle migliori band di inizio anni 2000: What Katie Did, What a Waster, Death on the Stairs, Time for Heroes, Can’t Stand Me Now, Don’t Look Back Into the Sun. Questi pezzi infiammano il pubblico fin dai primi accordi, confermando che sì, forse il sogno romantico di cui si parlava prima è un po’ troppo naïf, ma che il senso di appartenenza emotivo di chi conosce e ama la band di Doherty e Barat è ancora vivo e solido.

E, del resto, i Libertines e l’amico viscerale sono molto presenti nel live, più di tante occasioni passate: Peter dà spazio al nuovo lavoro del gruppo, “All Quiet on the Eastern Esplanade“, che uscirà il prossimo marzo, e di cui vengono eseguite in fila Run Run Run (il primo singolo che anticipa l’album, per il quale Doherty rivolge un pensiero a Carl Barat, che dà voce – in modo più convincente – alla versione studio) e due nuovi pezzi. L’atmosfera generale della serata è divertente e divertita, Doherty è in grado di far partire momenti di canto corale come di far ridere il pubblico con le sue battute o per gli accordi messi in pausa per bere il suo amato cocktail.

Le sensazioni sono ben diverse da quelle trasmesse dal documentario presentato qualche settimana fa: “Stranger in My Own Skin” (che prende il titolo da una delle sue canzoni più belle) è una semplice sequenza di immagini filmate nella seconda metà degli anni 2000 che, contrariamente alle aspettative, racconta ben poco di nuovo e indugia in maniera ridondante e quasi voyeuristica sulla dipendenza e sulle vulnerabilità più scure di Peter.

Non si vuole certo negare il passato turbolento e a tratti drammatico del personaggio, ma da un lavoro che esce a distanza di molti anni da quell’era di arresti e droghe, ci si sarebbe aspettato uno sguardo più profondo che andasse oltre gli eccessi che lo hanno reso noto nei tabloid. Uno sguardo che svelasse, soprattutto a chi non lo conosce, il suo intenso mondo musicale, il suo amore per la letteratura, le sue ispirazioni. Invece si è rivelato un’occasione mancata (o sprecata) che, fortunatamente, la serata all’Apollo ha compensato piacevolmente, mostrando e ricordando la parte bella di questo artista controverso.

A concerto finito, un Peter sorridente lascia il palco tra gli applausi convinti dei presenti: per chi, come la sottoscritta, ha assistito a decine di suoi live, solisti e non, è forse una delle poche volte in cui si assiste a un’esibizione che non dà spazio ad altro che alla musica. Questa volta non ci sono ritardi o eccessi a “macchiare” lo spettacolo: c’è solo Peter, la sua chitarra e il suo sguardo stralunato ma presente, che spesso incrocia quello del pubblico, un altro elemento inedito rispetto al passato.

E c’è, inevitabilmente, quel filo sottile di malinconia, tipico delle cose belle che durano da molto ma che, allo stesso tempo, cambiano e – diciamolo pure – invecchiano: ma la cosa più importante è riuscire ancora oggi a godere di un talento tanto scostante quanto cristallino, che ha segnato il modo di ascoltare e di vivere la musica di moltissimi di noi.

Sara Bernasconi

 

 

Foto di copertina: Stephane Feugere