Un canto tibetano fatto col sintetizzatore. È questa la prima cosa a cui pensi quando inizi ad ascoltare “Buoys”, il nuovo album di Panda Bear. È come sentire qualcuno che si lamenta con l’autotune, mentre sullo sfondo balenano rumori di raggi laser. Praticamente è la versione straccia maroni di Blade Runner. Che già di per sé leggero non è. Sembra un triste San Valentino passato al largo dei bastioni di Tannhauser.

Però, come in tutti gli album che ascolto scrivendo per indie-zone, arriva sempre la traccia che si distingue: quella più bella nei dischi belli, o quella che si salva nei dischi brutti. In “Buoys” è la numero tre, Token, che sostanzialmente sembra tutto quello che ho detto prima, ma traslato su una spiaggia. Tipo weekend di mare su Saturno, per intenderci. È sempre un po’ lamentosina, ma tutto sommato non è male, dai.

Poi si ricade in questo sottofondo di rumori randomizzati compassati e tristanzuoli che è “Buoys”. Mentre ascolto il resto del disco per vedere se c’è qualcos’altro di salvabile, ho tutto il tempo per controllare mail, conto in banca, pensare alla tipa con cui esco che deve lasciare il suo attuale fidanzato per farlo diventare il suo ex fidanzato, leggere la Gazzetta dello Sport rimanendo sempre più contento di non aver fatto il fantacalcio neanche quest’anno, pensare alla possibilità che la tipa con cui esco non lasci il suo fidanzato e torni da me dicendo che “dobbiamo parlare perchè le cose si sono complicate”.

Insomma, è un disco che mi fa venire pensieri strani. Ma gli artisti quando lo capiranno che non devono lamentarsi quando cantano? Che con le canzoni straccia palle ci fanno fare i pensieri bui e poi è normale che non ci piacciano. E finisce che per ritirarmi su il morale devo andare a guardarmi i video delle risse tra Mosca e Sgarbi da Biscardi.

In “Buoys” non ho trovato null’altro di salvabile. Fatemi sapere se voi siete stati più bravi di me a individuare qualcosa di valido in ‘sto disco. Anzi no, non fatemelo sapere, non mi interessa: sono arrivato al video di Sgarbi contro Roberto D’Agostino da Giuliano Ferrara nel ’91.

Marco Improta