Complice la sua nuova band elettrica (i Promise of the Real), pensavamo che Neil Young avesse ormai abbandonato i vecchi Crazy Horse. “Colorado”, invece, è qui per smentirci. Dieci nuovi brani che sanno di greatest hits, anche se si tratta di soli inediti. Il leone canadese in questo ennesimo lavoro in studio sembra ripercorrere il meglio della sua variegata carriera, il tutto con una scrittura ancora cristallina nonché un’invidiabile grinta.

L’incipit affidato alla ballad Think of Me è un omaggio ai suoi grandi album del passato (“After the Gold Rush”, “Harvest” e “Rust Never Sleeps”, solo per citare i più famosi, iniziavano a loro volta con un brano acustico), ma dalla successiva She Showed Me Love la perfetta formula Crazy Horse viene mostrata in tutta la sua grandezza: quattro quarti ripetitivo e tranquillo, chitarra distorta, assoli chilometrici, coretti, dediche a Madre Natura e una durata colossale (più di tredici minuti in questo caso).

Olden Days regala uno di quei fantastici riff a cui Young ci ha abituato da sempre fin troppo bene, Help Me Lose My Mind è il grunge più credibile che possa esserci nel 2019 (alla facciaccia dell’amico Eddie Vedder), Green Is Blue è un leggero bozzetto figlio diretto di quelli sottovalutatissimi dei tempi di “American Stars ‘n Bars” (annus domini 1977). Shut It Down è aggressiva ed epica e non avrebbe sfigurato in “Ragged Glory” (altro gioiello di 29 anni fa), il primo singolo regalato al pubblico Milky Way è poesia onirica e sgraziata. Eternity è un regalino solare per piano e voce.

Il disco si chiude con la corale Rainbow of Colors e la dolcissima I Do. Non credo di esagerare nel definire “Colorado” il miglior album di Neil Young da venticinque anni a questa parte (e ciò che c’è stato in questo lasso di tempo non è comunque affatto da buttare). Grazie Neil, grazie Crazy Horse: che possiate vivere per sempre.

Andrea Manenti