Accompagnata dal chitarrista britannico Cypress Grove, la regina cattiva della no-wave si cimenta con i classici del pop rock angloamericano. Dall’avanguardia rumorista ai successi FM, la strada sembrerebbe lunga, e verrebbe voglia di pensare a un caso come tanti di decadimento senile o di svendita al potere, di ghignare o prendere in giro la nonna Lydia, oppure urlare “vergogna” per il tradimento della causa.

Ma se mettiamo le cose nella giusta prospettiva, tutto suonerà coerente con la storia dell’interprete di queste tracce. Giacché si sa, per odiare il proprio nemico bisogna conoscerlo e in fondo rispettarlo, e quindi non sorprende che le interpretazioni qui contenute siano tanto personali, per i suoni acidi, dilatati, malati, psichedelici e cupi, nonché per la solita voce morbosa e sboccata, quanto sinceramente rispettose delle canzoni scelte per comporre “Under The Covers”.

Le originali sono tratte dai canzonieri di nomi quali Bon Jovi, Steely Dan, Allman Brothers, Tom Petty, Elvis Costello e Doors, nonché dei Big Sexy Noise, il gruppo di Lydia Lunch, e i Gallon Drunk di alcuni anni or sono. La scelta così ruffiana, così giocosamente immersa nella tradizione del rock degli ultimi decenni, e la resa così spesso morriconiana fa davvero fare pace agli angeli e ai diavoli, e fa pensare a cosa potrebbe fare, chessò, una voce come quella di Lindo Ferretti se invece che alla tradizione colta e alla Bibbia si fosse dedicato alla fede dei semplici e avesse tentato una rivisitazione del Vasco nazionale. Ma, come è scritto sulla banconota da un dollaro, “In God we trust”, per cui sono certo che un giorno anche gli arrabbiati nostrani cercheranno il nirvana e la riconciliazione con l’altra parte di sé.

Alessandro Scotti