“Avevo una fattoria in Africa ai piedi degli altipiani del Ngong”, è l’inizio del celebre e splendido romanzo autobiografico di Karen Blixen “La mia Africa”, da cui è stato tratto l’altrettanto noto film omonimo di Sidney Pollack. All’inizio del secolo scorso, Karen, sposò ,infatti, in seconde nozze, il BrorBlixen, che andò in Africa cercando di far fortuna.Dopo poco lo raggiunse la sua nuova sposa, splendida danese, scrittrice dalla formazione artistica. La coppia comprò una piantagione di caffè nella valle del Ngong, che passò nelle mani di Karen, quando il matrimonio naufragò tra i tradimenti e la sifilide del marito, finché, nel 1931, anch’ella tornò in Danimarca, dove restò fino alla morte.

Il Kenya le entrò nel cuore, e gli dedicò uno dei libri più intensi di sempre, scritto sull’onda di una nostalgia palpabile, che sconfina in malinconia nel ricordo di Denys Finch Hatton, pilota che incontrò durante il viaggio e che amò fino alla morte di questo in un incidente aereo.

Nel 1985 Sidney Pollack girò un film bellissimo, che tanto ha dovuto all’interpretazione dei suoi protagonisti, in stato di grazia e mai così avvenenti. Meryl Streep è perfetta, Robert Redford sexy come lo è stato solo in un altro film del regista, “Come eravamo”.  La sceneggiatura, piuttosto aderente al romanzo originale, non lo snatura e lo arricchisce con la splendida fotografia di David Watkin, infuocata e sempre calda, che ben rende i contorni della nostalgia per un passato e una terra che non esiste più. Pollack ha deciso di focalizzare l’attenzione sulle relazioni che Karen ebbe nei suoi anni africani, raccontando in particolare l’infelice storia d’amore tra lei e Finch Hatton, con tonalità romantiche sull’onda della commozione, e sul rapporto con Farah, suo servitore e poi amico e collaboratore. Nonostante la lunghezza di quasi tre ore, “La mia Africa” è un classico che non stanca, che fa sempre sognare e invoglia a scappare per iniziare una nuova vita. Ovviamente vinse una quantità incredibile di Oscar, tra cui film, miglior regia (anche se quell’anno era candidato anche “Ran”, di Kurosawa, più idoneo vincitore) attrice protagonista, fotografia e colonna sonora (una delle più belle di tutti i tempi, creata da John Barry).

Se volete amare o se già amate alla follia questo film o il libro, andate a Copenhagen, salite su un treno diretto ad Helsingor e scendete a Rungsted. Davanti al mare, in un giardino di foglie di loto grandi come leoni, potete visitare la casa dove Karen trascorse l’ultima fase della propria vita, in parte insieme alla madre, e dove scrisse gli ultimi splendidi romanzi e racconti (come “Il pranzo di Babette”, che firmò con lo pseudonimo di Isak Dinesen). In quelle stanze, illuminate dall’inclinazione di luce del nord, è custodito il baule che Farah regalò alla baronessa prima che tornasse in Europa, le lettere e l’anima di Karen e tanti ricordi di Finch Hatton. Andateci, e attraversando il bosco vicino, portate un fiore sulla tomba di Karen, nascosta sotto le foglie di un albero centenario, ringraziandola per aver condiviso con noi la sua inimitabile esistenza.

Il Demente Colombo