Un piovoso pomeriggio di settembre ho deciso di trascorrere il tempo in compagnia del nuovo album di Jake Bugg. A soli 23 anni questo ragazzo ha già quattro album alle spalle, un tour con Noel Gallagher’s High Flying Birds nel 2012, ha calcato i palchi di Glastonbury e Reading ed è stato nominato ai brit awards come migliore rivelazione nel 2013. Dunque nutrivo molta curiosità e high hopes, come dicono gli anglosassoni, nei confronti del suo ultimo lavoro.

Il titolo, “Cuori strappati”, lascia presagire che Jake abbia fatto i conti con qualche pena d’amore. Infatti il disco si rivela subito un susseguirsi di ballate romantiche e malinconiche. La prima traccia, How Soon The Dawn, inizia soffice come l’alba del titolo. È permeata da atmosfere à la Nick Drake, perché questo ragazzo è cresciuto a pane e grandi cantautori, britannici e non. Merito di Jake è sicuramente quello di continuare la tradizione sulla scia di Beatles, Bob Dylan, Donovan, Paul Weller, Noel Gallagher, tra le sue maggiori fonti di ispirazione.

L’influenza di Nashville, location delle registrazioni, si sente forte e chiara così come il contributo di Dan Auerbach alla chitarra. Non a caso le atmosfere della seconda traccia, Southern Rain, hanno il sapore dei paesaggi del Tennessee al tramonto. Nel ritornello della terza traccia, In the Event Of My Demise, si fanno strada sonorità vagamente psichdeliche che ricordano i Beatles del 1967 e persino i primi Temples, per non andare troppo indietro nel tempo.

L’illusione di qualcosa di diverso finisce presto e lascia spazio a Waiting, la ballatona country strappalacrime del disco. Jake duetta con Noah Cyrus (sorella della più nota Miley), il cui timbro di voce ricorda Dolly Parton. Il risultato è a dir poco melenso e suona come una rivisitazione moderna dei duetti Johnny Cash-June Carter. “I’ll be waiting”, canta il ritornello. Io aspetto ancora la svolta in questo album e continuo con l’ascolto.

The Man on Stage è orchestrale e troppo pomposa. Mi ritrovo a rimpiangere i riff più grezzi, ma decisamente accattivanti del primo album omonimo. Se è arrivato al primo posto della classifica inglese un motivo ci sarà: era schietto e diretto. Segue la traccia che dà il titolo all’album, caratterizzata da sonorità molto cupe che ci portano in viaggio sulle highway americane come quella in copertina.

Finalmente un po’ di brio arriva con Burn Alone. Dalle sonorità rockabilly ad opera di Dan Auerbach, è il brano più movimento dell’album. Non posso far a meno di notare la somiglianza stilistica con Shine On Me, singolo pubblicato solo pochi mesi fa dallo stesso Auerbach.

Senza dubbio “Hearts that Strain” è un album più maturo dei precedenti. Nel complesso però suona piuttosto monotono e privo di picchi di entusiasmo. È un buon disco indie folk come ce ne sono altre centinaia in giro. Forse la strada americana non ha giovato alla coerenza di Jake. Ho aspettato fino all’ultima traccia un segnale di vita da parte di quel diciottenne di Nottingham che solo cinque anni fa mi aveva folgorata con “Two Fingers” e “Lightning Bolt”. Mi chiedo dove sia finita la grinta del ragazzo di provincia che con il giusto mix di rabbia e spensieratezza cantava la sua realtà. Dov’è finito il rock’n’roll?

Oriana Spadaro