Trascurato, sottovalutato, maltrattato, “Jackie” è uno dei migliori film dell’anno passato. L’ingloriosa vittoria di “Moonlight”, seguita da quella da star di Emma Stone, avrebbe meritato ben altra vincitrice, la splendida Natalie Portman che alla cerimonia di premiazione non si è presentata, trattenuta dall’imminente nascita del suo secondo figlio. Nel suo ultimo film è splendida, tacciata di essere troppo scolastica, ma che scuola, oserei dire…calatasi nella carne (e nelle corde vocali dal fastidioso accento) di Jackie Bouvier, ne ha ridisegnato la prospettiva secondo la quale è stata disegnata la fine di JFK.

Larraìn, al suo primo film hollywoodiano, travolge per talento ed equilibrio. La storia la conosciamo tutti, dopo la tragedia di Dallas è seguito un funerale e la successione di Lyndon Johnson, i filmati e il futuro di Jackie anche. Il regista cileno ha scelto di trascurare la dimensione della celebrità, del mito della famiglia Kennedy, entrando nelle stanze e nell’anima della sua protagonista, che, in un primo piano mozzafiato dietro l’altro, cerca di sopravvivere e di difendere la memoria di un marito che ha, nel bene e nel male, amato e con il quale ha condiviso un progetto di vita (che durerà oltre la morte). In un resoconto delle incombenze che seguirono la scomparsa di Kennedy, Jackie si trova sola davanti alla volontà di far entrare il marito nella leggenda. Il secondo protagonista del film è la Casa Bianca, descritta nella ricostruzione di un celebre documentario dove Jackie ne mostrava gli sfarzi e, soprattutto, la tradizione, avvicinando JFK a Lincoln. Questo binomio si insegue per tutto il film, che si snoda nella disperata lotta di Jackie nella costruzione di un funerale solenne e nella scelta del luogo dove far riposare il marito e i propri figli per l’eternità (e dove sarebbe stata sepolta lei stessa).  “Jackie” è un film che in questa nuova era americana meriterebbe più attenzione, per ricordarci delle lotte di Kennedy (sì, anche con polemiche allegate) per i diritti civili e politici.

Natalie Portman al suo meglio, inseguita nel suo bellissimo volto in un primo piano dietro l’altro, equilibrata (forse troppo per chi ama le esplosioni emotive e forse per questo l’ha criticata) come solo colei che creò il mito di una dinastia avrebbe potuto essere. Questo insistere sulle inquadrature incollate ai protagonisti, ci racconta il suo mistero, cerca di attraversare la facciata, ritornando all’essenza di una first-lady che ha abdicato se stessa per il proprio ruolo, portatole via dal fuoco di un proiettile.

Larraìn, con disinvolto talento, incastra materiali d’archivio e fiction con una costruzione destrutturata e spezzata che si avvicina al flusso di coscienza e allo scorrere della vita, del dolore e dei ricordi. Da vedere.

Il Demente Colombo