tmr387-jackwhite-acoustic-1200Quando il titolo inganna e nasconde, ma nasconde qualcosa di più utile del tesoro che si credeva di scoprire. Diciamolo subito, niente chicche qua: i “recordings” sono semplicemente una selezione ben fatta, anche se forzatamente ovvia, del meglio del Jack White acustico. Per acustico, in questo caso, si intendono delle composizioni dove la chitarra elettrica non sia la prima donna. Con un filtro a maglie relativamente larghe del genere, si capirà che molte delle tracce suoneranno familiari al fan di lunga data. Il disco propone infatti diversi alternate mix o versioni rimasterizzate di vecchi favourites come “Little Apple Blossom” (pezzi già di loro scarni, non si capisce bene cosa si debba rimasterizzare). Un inedito dei White Stripes, “City Lights”, rammenta la maestria del nostro sull’arpeggiato che sostiene quel cantato nasale, rotto e vibrante, che ha il nome di Jack White marchiato a fuoco. L’operazione sa di nostalgia, eppure c’è di più. La raccolta può fornire una entry di studio su materiale che, per ovvi motivi, non ha mai avuto l’attenzione che avrebbe meritato.

Si può forse dire che in questi pezzi, dove White non è costretto a suonare gli White Stripes o i Raconteurs, si possano discernere influenze, qualità e sottigliezze con più trasparenza? Ironicamente, qualcuno ha parlato del disco come il luogo dove Jack White lascia Stooges, Mc5 e Zeppelin fuori dalla porta e rimane da solo con la sua acustica. Vero forse per i primi due pur mal assortiti esempi, mentre un ponte con gli Zeppelin del terzo disco, quello con “Friends”, si può tentare. Così come Plant e Page si discostarono con giocosità ed esoterica introspezione da ciò che da loro ci si aspettava, allo stesso modo opera White, ormai assurto allo stesso status iconico. Non serve sottolineare la vicinanza fra l’escapismo druidico di “I’m Bound to Pick It Up” dell’uno, e i pezzi più autunnali e umidi di speranze degli altri. Qui si è più liberi di ascoltare il prismatico paesaggio mentale di Jack White, di percorrerlo apprezzandone la sottile coerenza interna che lo rende unico negli ultimi 20 anni.

a72aea83bf042b2a514ff1f0e1be1b20Non è solo garage, un po’ di blues e rumore, anche se quello è stato tanto, tantissimo. E figuriamoci che c’è tutto il resto: ad esempio, un certo apprezzamento per le marcette in minore à la citata “Apple Blossom” tradisce inglesismi che volendo vengono rispecchiati dalla finezza di certi altri arpeggi. Sarò scemo, ma sento un McCartney (primo disco solista?) in “As Ugly as I Seem” e nella magistrale, quasi-Blackbird “Never Far Away”. Qui gli archi, bassissimi, si inseriscono con autorità discreta, mentre i diversi suoni di pianoforte elettrico (o non) vengono scelti con gusto per le varie ruminazioni dell’ultimo dei cow boys. E a questo proposito, il Country: quale migliore occasione di questa racolta per convenire che il genere in cui Jack si produce più genuinamente e al contempo con misura calcolata è forse proprio quello di Nashville? Riascoltando il primo minuto di “Blunderbuss” si capisce che Jack White è sia l’America ignorante che quella di Hawthorne. Come mai si è sentito altrove, perlomeno di recente, la slide e gli archi si compenetrano assecondando una batteria che parte ritardataria. Quella slide, dopo il primo verso cantato, è il raggio del sole ‘merigano quando allo zenit va nell’occhio del nostro eroe adultero che se ne va a cavallo.

Superfluo dilungarsi su cos’altro si possa sentire in questa collezione, basti sapere che ci si può sentire tanto, e con certi margini di libertà (ancora, tutta ‘merigana), che sarebbe approvata sicuro da Jack stesso. Non serviva una retrospettiva per consacrarlo, ma dato che c’è, ora possiamo posizionarlo anche più in alto, nelle praterie del bello dove purtroppo soltanto lui e pochi altri cavalcano fascinosamente ineguagliati.

Bartolo Casiraghi