«If records were just the ideas, Jesus… I’d be knocking records out once per month!»

Non é una cosa che faccio di solito, ma giovedì ho aspettato la mezzanotte per poter ascoltare il nuovo disco di Glen Hansard. E mi sono reso conto che stavo aspettando un amico. E come é normale, non si può proprio capire un amico se non lo si guarda in faccia. Prima di dire qualsiasi cosa su Glen Hansard o leggere questa recensione, dovete sapere che non potrete mai capire questo ragazzo ricciolo molto cresciuto se non siete mai andati ad un suo concerto.

Un disco di un uomo ritrovatosi al largo, a metà di un viaggio, quando la distanza dal porto dove si è salpata l’ancora è la stessa che c’è dal luogo in cui verrà gettata. È questo il significato del nuovo lavoro di Glen Hansard, che prende spunto da tanti momenti diversi senza mai mettere a fuoco un istante preciso. La frammentarietà di fondo, ma anche la mancanza di riferimenti specifici all’interno di questi testi, sono conseguenza della storia dietro “Between Two Shores”: dopo il suo debutto solista nel 2013 con “Ryhtm and Repose”, Glen entra nello studio degli WIlco a Chicago e registra 15 pezzi; nonostante fosse nel mezzo di un tour estenuante, l’affiatamento con la band e il periodo di grazia lo portano in sala di registrazione. Riprende il tour e quasi si dimentica di quelle incisioni, o meglio «rimangono nell’attico della sua testa», come dice lui. A ormai quasi 5 anni di distanza li riascolta e li trova ancora validi, ne aggiunge altri e anche la vita nel frattempo non smette di chiedere a Glen di essere cantata.

Attraverso una separazione che affiora in Why Woman e poi in Movin’ on (I should be singing your praises / Instead of banging this drum / I’m tired of thinking about you baby / I’m moving on) riaffora quella che per me é l’unicità di Hansard: non solo la disarmante sincerità, ma anche l’urgenza di raccontare di sé. Chi é stato a un suo concerto e se lo é ritrovato dopo il bis con una chitarra in mezzo al pubblico potrà capire.
La linea lirica in “Between Two Shores” si fa più precisa: se una delle cifre stilistiche del ragazzo di Dublino era divincolarsi da un struttura melodica prevedibile per correre dietro all’urgenza del contenuto spesso come grido disperato di aiuto, sembra che ora per raccontarlo si sia affidato all’ordine e alla precisione nella scrittura. Anche la corposità degli arrangiamenti (i fiati e un inusuale Hammond in Wheels on fire) ci fa capire quanto lavoro ci sia stato in fase di produzione (l’album è stato finalizzato nello studio francese del chitarrista dei The Frames David Odlum) e quanto sia errata la visione di Hansard come un semplice busker che ha trovato la fama.

La novità, forse non facile da apprezzare al primo ascolto per chi come me ha stravisto per i suoi due album precedenti, è la coralità della maggior parte dei pezzi, la presenza orchestrale a cui Hansard ci ha abituati soprattutto nei suoi calorosi live. Nella traccia di apertura Roll on slow, come in Wheels on fire, scorre il sangue delle rock’n’roll ballads springsteeniane, e forse non a caso Glen per il live al “Late Night With Seth Meyers” ha chiesto proprio a Max Weinberg della E Street band di sedersi alla batteria.

“Between Two Shores” é l’onestà delle emozioni ricoperte all’interno di un paradosso temporale, dove le contraddizioni, le fragilità, le donne e la perdita sono svelate. Solo nel finale con Time Will Be The Healer sembra arrivare a una soluzione, ma il cuore è troppo testardo per seguire dei consigli e delle regole d’amore (Stay busy with your work/Time will be the healer once again/Pretty soon, you won’t even recall his name).

Con questo album Glen Hansard ha confermato ancora di più il proprio posto nell’affollato mondo dei songwriter moderni, senza mai lasciare la possibilità di essere paragonato a qualcuno. Per fortuna. God bless him.

Andrea Frangi