Dopo l’ultimo album del 2015 “What Went Down”, la band indie-rock inglese Foals torna con la prima parte di un doppio album: “Everything Not Saved Will Be Lost – Part 1”. La seconda arriverà in autunno. Questa prima parte non delude minimamente le aspettative: si tratta di un bel viaggio in un mondo post-apocalittico, preannunciato fin dal titolo (o avvertimento?) del disco stesso, che che si sviluppa tra sonorità indie-rock, post-punk ed elettroniche.

L’ascolto di questo album segue un percorso graduale che inizia con Moonlight. Un brano molto delicato, che accoglie l’ascoltatore con synth leggeri e con la chitarra che vuole evocare la sensazione di star per entrare in un altro mondo. Yannis Philippakis, voce e chitarra del gruppo, vuole impostare il tono del disco, ma non è necessariamente ciò che le persone potrebbero aspettarsi dopo “What Went Down”. Egli vuole che assomigli ad una di quelle grafiche da TV degli anni ’60 in cui tutto lo schermo si muove traballante.

Così, da questa atmosfera traballante, si passa a quella più apocalittica di Exits. Scelto come primo singolo perché contiene alcune delle tematiche che si troveranno poi in tutto il disco, come il cambiamento climatico di cui si parla nelle prime strofe, il controllo alla Orwell, oppure la totale mancanza di privacy dei nostri giorni, irrompe strumentalmente con forza. Qui la batteria e la chitarra frenetica interrompono un pianoforte drammatico, prima che il suono del basso barcollante della canzone e i tremolanti tasti ansiosi entrino in scena. Una curiosità su questo primo singolo è che il foglio del testo è stato nascosto in un involucro vicino alle uscite delle stazioni della metropolitana di tutto il mondo (un riferimento neanche troppo sottile al titolo e all’ambientazione della canzone). Forse perché l’unico posto in cui si ha ancora privacy è la nostra testa? Le uniche “uscite” per evadere dalle gabbie in cui siamo imprigionati sono solo i nostri sogni?

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Il percorso sonoro continua con White Onions: è il brano che ho apprezzato di più, è coinvolgente e bombarda l’ascoltatore con colpi di batteria e con riff di chitarra dura. Le frasi qui sono spezzettate, le strofe si ripetono in modo compulsivo, come in uno stato di panico, tra riferimenti a tane, gabbie, labirinti e a modi per uscirne.

Ed ecco che tocca al brano che più di tutti ha un ritmo accattivante, In Degrees; si tratta di un brano elettrodance rivisto in chiave LCD Soundsystem dove il tema principale è quello dell’effetto dei social media sulle relazioni odierne. Quelle relazioni che si consumano piano piano, dove non è possibile riconoscere un momento preciso in cui tutto è andato a puttane, ma dove la fine è dovuta semplicemente al lento e graduale allontanamento. La band si diverte a giocare su questo paradosso intrinseco di voler avvicinare le persone sul dancefloor in un contatto diretto, e sudato, tramite una canzone che in realtà parla dell’esatto contrario. «Sto perdendo il mio tempo, sto perdendo il mio tempo», sentiamo cantare in maniera ossessiva fino ad arrivare al brano successivo, Syrups.

L’album continua con On the Luna e Cafe d’Athens, che rappresenta un esperimento molto particolare e dall’effetto psichedelico fatto da Yannis al computer e su cui poi a Parigi alcuni musicisti ci hanno suonato sopra la marimba, lo xilofono e il vibrafono. Dopo un breve momento strumentale, Surf, Pt. 1, che preannuncia un seguito nella seconda parte del doppio album, è il momento di Sunday. Questa canzone ricorda un po’ i vecchi Foals, è una ballata malinconica su ciò che un ragazzo fa quando è vicino alla fine del mondo. I’m Done with the World (& It’s Done With Me) culla l’ascoltatore fino alla fine di questo percorso sonoro. Almeno per il momento.

Mariangela Santella

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