Dove sono finiti i cari vecchi Fast Animals and Slow Kids? Quelli che annunciavano le date invitando i fan alla distruzione del locale. Quelli che nel 2012, al loro esordio, impressionarono il pubblico pomeridiano di un Mi Ami Festival d’altri tempi, quando gli headliner erano gli Offlaga Disco Pax, i Calibro 35 e i Persiana Jones. Quelli che urlavano, e cazzo se urlavano. Quelli che sprigionavano il disagio dallo stomaco e lo rigurgitavano su, fino in gola, con quella miscela di rabbia, trivialità e malinconia che li ha resi celebri. Dove sono finiti quelli che una volta, mentre ero in macchina con il disco al massimo, mi fecero rischiare di superare Porta Romana passando direttamente sotto le rovine, dritto dritto nell’aiuola, per quella mia mania di cantare A Cosa Ci Serve ad occhi chiusi?

Per dare una risposta, basta ascoltare qualche brano di questo loro quinto album, “Animali Notturni”, il primo uscito per una major, la Warner Music Italy. Ebbene, i cari vecchi Fast Animals and Slow Kids, da Perugia con furore, sono piombati nel limbo melmoso che separa il pop italico dall’indie-rock più genericamente inteso. Una condizione obiettivamente complicata da sopportare, di sicuro per i sostenitori della prima ora, ma anche per la stessa band. Non è facile, infatti, imboccare una via di mezzo senza incappare in qualche voragine.

Nuovi punti di riferimento

Con “Hybris” (2013) e “Alaska” (2014), i loro due album migliori, i quattro perugini si erano conquistati di diritto un ruolo di primo piano nella prolifica scena emo-core italiana. Accanto ai Gazebo Penguins, rappresentavano la versione più edulcorata di un genere che nella sua forma più viscerale era interpretata da band come Fine Before You Came, La Quiete, Raein e molti altri. A cinque anni di distanza, e dopo il passaggio chiave di “Forse non è la felicità” (2017), con questo nuovo album oltrepassano definitivamente il confine del punk e si fatica a scorgerli anche tra gli strascichi dei suoi derivati.

«Come riferimento abbiamo il driving rock americano che va da Bruce Spingsteen ai War on Drugs», ha spiegato la band presentando il disco. Il risultato, però, appare ben lontano dagli artisti citati. Nei brani migliori di “Animali Notturni” (Cinema, Radio Radio, la title-track) si sente ancora l’influenza positiva di gruppi d’oltreoceano come Mineral e The Get Up Kids, ma questi pochi episodi non bastano a distogliere l’attenzione da una deriva che sembra molto più italpop che americana.

Tra le pieghe di canzoni come Non Potrei Mai si sente affiorare addirittura lo spettro di Gianluca Grignani. Altrove aleggia lo spirito di Tommaso Paradiso e dei suoi figliocci Canova (Canzoni Tristi). Nomi che non assumono necessariamente un’accezione negativa (ognuno si faccia la sua opinione, per carità), ma che mai avremmo immaginato di associare a quello della compagine umbra. Una cosa è certa: si tratta forse del marchio più evidente impresso su “Animali Notturni” dal produttore Matteo Cantaluppi, il sapiente architetto pop che negli ultimi anni ha già cambiato le sorti discografiche di Thegiornalisti ed Ex-Otago, tanto per citare i più famosi, e qui per la prima volta al lavoro con i Fast Animals and Slow Kids.

Nuovi suoni

L’effetto è spiazzante dalla prima all’ultima nota. La batteria di Alessio Mingoli, se un tempo era un pugno sui denti, oggi pare avvolta in un guanto morbido che ne attutisce il colpo. Le chitarre ci sono ancora, e anzi abbondano. Ma anziché scorticarti la faccia come avrebbero fatto in passato, adesso ti solleticano il collo con una gran quantità di fraseggi e sovraincisioni. Lo stesso vale per la voce di Aimone Romizi, che pur mantenendo la consueta potenza espressiva, suona più rotonda e pulita. C’è da scommettere che questi pezzi dal vivo guadagneranno in intensità e furore, ma su disco, nonostante la produzione impeccabile, risultano spesso scarichi.

Avere 30 anni

Quanto ai testi, la scrittura si è fatta più cupa e riflessiva, coperta da un doppio velo di pessimismo e disinganno, com’è tipico di chi si sente improvvisamente adulto. Crescita e maturità. I trent’anni che ti si rovesciano addosso come pioggia acida. La consapevolezza che tutto, d’ora in poi, sarà molto più difficile. Le nuove canzoni dei Fast Animals and Slow Kids parlano soprattutto di questo. Della solitudine che si prova nel ritrovarsi grandi, della rottura di una storia che sembrava poter durare in eterno, della necessità di partire e ricominciare tutto da capo. Amore, cuore e coraggio sono le parole più ricorrenti, ma ci sono anche i loro contrari. C’è il male e la paura. Si brinda al dolore (Un’altra ancora), ma anche al futuro (Novecento). C’è il diavolo, ma c’è anche dio.

Nella canzone manifesto del disco, la già citata Canzoni Tristi, Romizi canta il suo verso programmatico: «Per tanti anni pensavo fosse alternativo fare il punk, ma oggi ho trent’anni, vorrei soltanto dire quello che mi va». La scelta è più che mai legittima e anzi doverosa. Ma se la decisione di cambiare rotta, a un certo punto della carriera, è tutt’altro che deprecabile, arrivati all’ultima traccia di “Animali Notturni” resta comunque un dubbio sull’effettiva bontà del risultato finale. Ai perugini non si chiedeva certo un capolavoro come “Disintegration” dei Cure, forse il miglior album mai realizzato sul raggiungimento dei 30, ma una domanda è lecito porsela: è davvero questo il miglior porto a cui potevano approdare i neo-adulti Fast Animals and the Slow Kids?

Paolo