Siamo nel 2014, alla Brighton University, e tre ragazze poco più che ventenni stanno lavorando al loro prossimo progetto per la scuola d’arte: l’idea è quella di formare una “fake girl band” e registrare dei pezzi per poi esibirsi in una galleria d’arte. Da quel momento ebbe inizio la storia di Rakel Mjöll, Alice Go e Bella Podpadec, rispettivamente voce, chitarra e basso delle Dream Wife.

Trasferitesi a Londra dopo essersi laureate, il progetto del trio si evolve, secondo le parole di Podpadec, “meditando sul sognare in grande ed essere una donna”. Il risultato è uno sfogo pop-punk energico nel quale si affrontano apertamente e con durezza temi come femminismo e cultura dello stupro.

Il loro album d’esordio contiene 11 tracce nelle quali è possibile riconoscere, oltre ai chiari rimandi punk, sonorità rock dei primi anni 2000, come in Let’s Make Out, Hey Heartbreaker, Kids e Fire, che sembrano rendere omaggio agli Yeah Yeah Yeahs e agli Strokes.

Somebody si fa portavoce delle donne con un messaggio forte e chiaro riguardo l’autonomia del corpo, così come in F.U.U., traccia post-punk esplosiva e rabbiosa nella quale le parole vengono scagliate come lame affilate. Nel complesso il risultato è un glitter punk rock divertente, nel quale sembra aleggiare la scritta “Riot Grrrls Just Wanna Have Fun”.

Stefano Sordoni