A tre anni dall’esordio (“Sometimes I Sit and Think, and Sometimes I Just Sit”) e a meno di uno da quella bombetta di classic-american-rock sfornata in compagnia dell’amico Kurt Vile (“Lotta Sea Lice”), Courtney Barnett torna a prendersi ciò che è suo: lo scettro di reginetta dell’indie-rock.

“Tell Me How You Really Feel” si ricollega con prepotenza a quell’alternative-rock statunitense che fra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta ha fatto la storia del genere (ai cori nell’album anche le madri putative Kim e Kelly Deal, in uscita libera dalle Breeders a dare la loro benedizione). Grazie alla voce sfacciata della Barnett (un po’ Courtney Love, un po’ Brody Dalle e un po’ Cat Power) e alla sua capacità di scrittura pop-acida, grezza ma ascoltabile, questo disco è pronto a entrare nei cuori di migliaia di ascoltatori in tutto al mondo.

L’inizio è affidato alla plumbea Hopefulessness, ma già con la successiva City Looks Pretty il mood cambia diventando più spensierato, mentre il ritmo si fa contemporaneamente più ballabile. Charity è un perfetto pop single sgraziato il giusto, Need a Little Time un gioiellino figlio delle ballad grunge, Nameless, Faceless mette il sorriso e la voglia di muoversi. I’m Not Your Mother, I’m Not Your Bitch è punk grezzo e potente, Crippling Self Doubt and a General Lack of Self Confidence sempre punk ma smaccatamente più melodico ed ascoltabile, Help Your Self un quattro quarti che nei Nineties avrebbe fatto sfracelli su MTV. La conclusione è affidata alle due tracce più riflessive: Walkin’ On Eggshells e Sunday Roast.

Non un capolavoro, ma sicuramente un album pieno di ottimo gusto e buonissime canzoni; Courtney Barnett riconferma con estrema semplicità il proprio posto nell’odierno mondo rock.

Andrea Manenti