A ben trent’anni dalla loro fondazione, i Backyard Babies arrivano al traguardo dell’ottavo album in studio. Come loro, in ambito rock’n’roll, probabilmente ci sono soltanto i Social Distortion: poche cose, ma fatte molto, molto bene.

La band svedese, tornata alla ribalta quattro anni fa dopo una pausa concordata per dedicare tempo alle famiglie e ad altri progetti musicali, regala ancora una volta un lavoro compatto, basato sulle caratteristiche che negli anni hanno fatto del gruppo una delle bandiere del rock nord-europeo.

Il sound è ormai classico e, come al solito, pesca a piene mani dagli eterni padrini: Rolling Stones, Ac/Dc, Guns’n’Roses, Motorhead, Sex Pistols. Dieci brani in scaletta, dieci fucilate che vi ritroverete a cantare a squarciagola mentre fate rombare il motore alla vostra auto, mentre vi purificate sotto la doccia oppure, ed ovviamente, in uno dei loro trascinanti live (i quattro faranno tappa in Italia il 24 aprile al Live Club di Trezzo sull’Adda, segnate la data sulla vostra agenda).

L’inizio è affidato al palm mute ossessivo di Good Morning Midnight, che si esalta in un classico punk rock ’77. Nella successiva Simple Being Sold il mood è simile, così come in Bad Seeds, A Day Late, My Dollar Shorts e nella title track. I 4/4 basici fanno smuovere i fianchi nel singolo Shovin’ Rocks e in Ragged Flag. Il passato del capolavoro “Total 13” (annus domini 1998) torna ad affacciarsi in 44 Undead, fra hard rock e punk. Yes to All No è la semi-ballad perfetta che Axl e Slash non son più capaci di scrivere, il finale è invece affidato alla strappalacrime Laugh Now Cry Later.

Sempre la stessa storia? Sì, ma perché cambiare qualcosa di così bello, puro e genuino? Anche stavolta, bentornati Backyard Babies.

Andrea Manenti