Era il 1996 quando i giovanissimi Ash lasciano la scuola e sei mesi dopo pubblicano “1977”, una botta di adrenalina pura. Più tardi sarà classificato da NME tra i 500 migliori album di tutti i tempi. Come dimenticare il video di Girl From Mars e la faccia pulita da rubacuori di Tim Wheeler ? Era l’anno di Don’t Look Back in Anger, Born Slippy, 1979, “Trainspotting”. Un’annata magica. In piena Cool Britannia, gli Ash si staccano di dosso l’etichetta britpop per due motivi: sono nord-irlandesi e poi la loro musica è diversa, non s’ispira alle band degli Anni ’60, ma al punk esploso nel 1977, che non a caso dà il titolo al loro album d’esordio.

Dopo il settimo album “Kablammo!” (2015), che passa in sordina, gli Ash non lasciano presagire un futuro. Invece tornano inaspettatamente con l’ottavo album, autoprodotto da Wheeler e sotto Infectious Records, l’etichetta che li aveva visti nascere. È un po’ un tributo alle origini, così come la copertina che raffigura una delle Isole Skelling, poco distanti dalla loro città d’origine. In una giornata di sole di maggio ci travolgono con la loro miscela di punk, pop e melodie irriverenti e spensierate, che un attimo ci vedono saltare come adolescenti, un attimo dopo in preda alla nostalgia di chi è nato nella decade sbagliata e gli anni ’90 li può vivere solo nella sua testa.

Il primo singolo che ha anticipato l’album è Buzzkill, proiettile punk che vi farà saltare dalla sedia come gli antenati Buzzcocks. Come special guest i cari vecchi Undertones di “Teenage Kicks” ai cori “the summer is gone”, come una sorta di ringraziamento per l’eredità. Seguono perle power pop sparse qua e là come Somersault, Annabel e Silver Suit con i suoi cori degni dei Beach Boys. Intro ammiccante in stile Jarvis Cocker, ritornello ironico e melodia catchy con sottofondo elettronico per la perla super pop Confessions In The Pool, che ricorda i primi Killers di Somebody Told Me. In fondo però gli anni sono passati anche per i ragazzi di Downpatrick, così True Story e All That I Have Left lasciano trapelare un po’ di malinconia nelle melodie, come una giornata di fine estate.

“Islands” è un disco che consola, fa sentire spensierati, da ascoltare in auto con i capelli al vento. È un album incredibilmente fresco, da una band per la quale sembra che il tempo si sia fermato, senza però commettere il fallo di scimmiottare sé stessi. C’è sempre stato qualcosa di adolescenziale negli Ash. È una di quelle band che fa venire una voglia matta d’imbracciare una chitarra e mettere su una band strampalata. Noi vogliamo sentirci così ancora per tanto tempo e quindi sì, bentornati Ash.

Oriana Spadaro